Riflessioni aperiodiche di un sedicente addetto ai lavori per non addetti ai lavori: Economia italiana, Finanza, Finanza pubblica, Telecomunicazioni
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Creare valore... sì, ma per chi?
Il "Sole 24 Ore" del 9.1.09 ironizzava su Eutelia, società dal non certo brillante profilo redditual-patrimoniale.
Al di là dei commenti sull'andamento societario, mi diverte notare come certe "mode" vanno e vengono, secondo le convenienze più che le effettive valenze teorico-pratiche.
Lo stesso quotidiano si burlava educatamente del concetto di creazione del valore, tanto in voga negli ultimi anni e teorizzato altresì da Luigi Guatri, "pure attraverso un dotto saggio".
Ma si potrebbero fare discorsi simili per altri indicatori "di moda" (l'"EVA", o più "anticamente", ROI, ROE, e ROA).
Ma al di là di definizioni, di "dotti saggi" e di parole, il problema di fondo è: per chi si crea il valore?
Alcune società, come la SEAT degli anni della bolla, sono state un incubo sia per gli azionisti - in specie di minoranza, non in grado di attivare meccanismi di estrazione dei benefici del controllo - sia per gran parte dei dipendenti.
Ma per qualcuno, invece, le stesse società hanno rappresentato delle vere e proprie "cash cow". E magari, tra questi, potremmo trovare tanti teorici della creazione del valore....
La tinozza vittoriana
Vi ricordate? Tempo fa parlammo un po' delle metafore collegate all'andamento delle crisi economiche, constatando che l'economia non si nutriva solo di numeri, ma anche di lettere..)
E così, ecco le crisi a "V", ad "U", a "W", e - Dio non voglia - ad "L" e ad "I".
A fine Giugno ero presente al forum organizzato dalla rivista EAST sulla crisi, tenutosi a Roma. Nell'ambito del Panel conclusivo, uno degli intervenuti (Sadun) ha offerto una nuova colorita metafora, ripresa anche dalla stampa, per descrivere il futuro dell'economia.
La riprendo perchè mi ritrovo abbastanza allineato all'analisi ed ai timori sottostanti alla metafora stessa.
Una tinozza vittoriana (che fa acqua da tutte le parti?) è caratterizzata da un profilo che prima scende bruscamente, per poi addolcire la ripidezza e risalire alla fine; con una particolarità: un lato è più basso dell'altro.
Ecco, il punto è proprio qui: l'andamento della crisi potrà essere irregolare nei suoi principali indicatori, ma il punto principale è che il mondo verso cui andiamo una volta superata la crisi stessa non sarà lo stesso mondo ante-crisi.
Sarà un mondo diverso: diverso nei rapporti di forza fra i principali attori economici; diverso nelle modalità di negoziazione e di gestione dei forum multilaterali; diverso, infine, nella funzione di produzione e di consumo che ne caratterizzeranno l'economia.
Il dislivello tra i due lati della tinozza suggerisce inoltre che potrebbe essere un mondo cui potrebbe "mancare un pezzo". Quale sia questo pezzo non è dato sapere con certezza.
Potrebbe trattarsi di una minore crescita potenziale almeno nelle economie mature; oppure di uno shift nella funzione di produzione che possa avere effetti deleteri sul lavoro.
Insomma, il giorno che si darà ufficialmente l'annuncio della fine della crisi, non coinciderà con il giorno in cui si potrà abbassare la guardia; c'è tanto lavoro da fare....
Della nazionalizzazione di una banca
Della serie "non si butta via nulla", ecco una piccola considerazione che avevo "buttato giù" ad inizio anno, ma che mi pare ancora valida.
Commerzbank è ormai in mano pubblica: 25% più una azione del capitale rappresentano una granitica minoranza di blocco.
Alla quota azionaria direttamente di pertinenza del governo di Berlino vanno inoltre aggiunte quelle che sono chiamate pudicamente "partecipazioni silenziose", ovvero miliardi di Euro in "preferred shares" o strumenti simili, senza diritto di voto.
Un po' ottimistico il commento de "Il Sole 24 Ore": "In un mercato bancario tedesco, l'operazione ... può sembrare a molti il tentativo di rafforzare ulteriormente il settore finanziario nazionale.
Il sospetto è legittimo, anche se la Storia offre per certi versi qualche rassicurazione.
Già nel 1932 ... Commerzbank era stata parzialmente nazionalizzata, ma per tornare in mano privata rapidamente, nel 1937".
Per carità, tutto vero. Ma forse, nella vicenda non ebbero un ruolo secondario nè il particolare momento economico nè la conseguente configurazione dell'economia del momento storico.
E non credo si tratti di un semplice dettaglio.
Interessi in conflitto, conflitti di interesse
Il caso Madoff, di cui adesso (avete notato?) si parla oramai pochissimo, ha scosso il mondo della finanza, ed ha anche richiamato alla memoria del grande pubblico il nome di Ponzi.
Si tratta di un nome, ahimè dalle italiche origini, che in finanza è associato alla costruzione di posizioni in buona sostanza truffaldine, non in grado di rimborsare nel lungo termine nè il capitale invstito nè tanto meno gli interessi promessi.
E come mai nessuno dei superpagati ed incensati gestori di patrimoni che investivano nei fondi del bancarottiere statunitense si sono mai accorti di nulla?
Come mai nessuno ha avuto da eccepire sulla abnorme attività "fuori borsa" in derivati (che infatti era fittizia)?
Forse a causa di un piccolissimo, insignificante conflitto di interessi. A quanto pare, i fondi di Madoff retrocedevano, a chi procacciava sottoscizioni, laute comissioni (si è parlato, sulla stampa, anche del 4%).
Peccato che chi procacciava le sottoscrizioni fosse già pagato - e non poco - dai propri clienti-investitori, nell'interesse dei quali avrebbe dovuto - almeno in teoria - selezionare gli investimenti.
Come si sa, a pensar male si commette peccato, ma generalmente non si sbaglia. E, in questo caso, pensare un po' male riesce sin troppo semplice. Sicuramente siamo di fronte ad un problema di regole. Ma il tutto non si esaurisce qui, e fa parte di un sistema dove oltre alle regole va verificato l'"enforcement" delle stesse e, "last but not least", la qualità e la professionalità delle persone. E su questi ultimi punti, malauguratamente, la situazione non è certo migliore.....
People don't care about figures
Avevamo già parlato di questa interessante affermazione di "Terminator" Schwarzenegger, ex attore tutto muscoli ma anche con una certa verve, poi (felice, si suppone) sposo di una multimiliardaria, infine governatore della California.
Il titolo si riferisce alla risposta che l'allora aspirante governatore diede ad un petulante giornalista, che gli chiedeva come fosse possibile non aumentare le tasse, ridurre il deficit e non ridurre (anzi, implementare) i servizi.
Va detto che una parte di ragione il simpatico ex attore la ha: la gente lo votò in massa (grazie anche all'appoggio della famiglia della sposa e del partito) senza stare a fare tanti calcoli.
Il risultato è che la California, già colpita anche in periodo di vacche grasse da taluni contrattempi, è ora ridotta alle corde, ed ha già dovuto far ricorso ad un prestito federeale per evitare di non poter garantire servizi secondari come l'istruzione e la sicurezza.
E ora? Ecco che Schwarzenegger "casualmente" apre un dibattito sulla legalizzazione della marijuana. Oddio, non proprio sulla legalizzazione, bensì sul binomio legalizzazione/tassazione.
Sarà un caso?
Curiose coincidenze
Non è la prima volta, e mi pare di averlo già fatto presente anche in questo blog, che ci vi scrive manifesta una certa perplessità in relazione a talunii rapporti stilati da Nomisma sul mercato immobiliare in Italia.
Oddio, si tratta solo ed esclusivamente di sensazioni, sia chiaro. Epperò mi pare di intravvedere spesso una eccessiva inclinazione, quasi frutto di un malcelato desiderio, a dichiarare che il mercato delle case in Italia va bene o, quando proprio non è possibile essere così ottimisti, va comunque meglio che altrove.
La sensazione si è ripetuta oggi, 15 Giugno 2009, leggendo su Affari&Finanza, a pag. 14, il Focus - firmato, per l'appunto da Nomisma - dal titolo: "Famiglie non si è fermata la voglia di casa", con particolare riferimento alla "voglia" di acquisto nei prossimi due anni.
Sarà: la sensazione è un po' diversa. Ma non è questo il punto.
Curiosamente, la "spalla" della medesima pagina, a firma di Giampaolo Fabris, titola: "Va in soffittà la proprietà: gli italiani scoprono che affittare è bello", "a cominciare dalla casa di proprietà," come precisa il testo.
Testo che continua unequivocabilmente: "Che senso ha ... in una società largamente precaria e nomade, doversi indebitare per decenni [visto lo stratosferico rapporto tra prezzi medi e redditi annui medi ormai raggiunto], limitarsi per qualsiasi altra spesa senza inoltre potere pianificare il proprio futuro?"
Opinioni così diverse, in uno spazio così ristretto: il dibattito economico è bello anche per questo!
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