Riflessioni aperiodiche di un sedicente addetto ai lavori per non addetti ai lavori: Economia italiana, Finanza, Finanza pubblica, Telecomunicazioni
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Si sta parlando molto, in questo periodo, di imposte. Imposte sulle imprese, imposte sui redditi, imposte sostitutive: si sa, la 'famiglia' è ampia e ben diversificata. Lontano dalle polemiche sui maggiori componenti della famiglia (Ire, Ires, Irap, ....), vorrei portare l'attenzione su un tributo (o "paratributo") "minore", ma la cui applicazione sta causando grossi guasti su un mercato che era in fase di decollo e che inopltre - paradossalmente - non sta certo incrementando il gettito fiscale complessivo.
Mi riferisco al 'balzello' introdotto nel 2003: di fatto, una "tassa" sui supporti analogici e digitali e sui masterizzatori, il cui importo, a titolo di equo compenso per le copie private, verrà girato alla Siae (il cui grado di efficienza, tra l'altro, è sovente messo in discussione) e, da questa, agli autori.
In primo luogo, occorre formulare alcune osservazioni di carattere generale. La pirateria va sì combattuta, ma.... ogni volta che faccio il back up dei miei dati su un Dvd a singolo strato, perchè devo pagare ben 87 (dicasi ottantasette!) centesimi? O, se utilizzo un CD, perchè devo pagare 23 centesimi ogni 650 megabyte (non si sfugge.... se il disco ha una capacità maggiore, l'importo cresce; tra l'altro, anche l'hardware è gravato di un balzello del 3% del prezzo di vendita)?
Inoltre, questi corrispettivi sarebbero in qualche modo previsti a fronte di un diritto di copia privata; pertanto, i dispositivi anticopia 'intrusivi' che stanno in particolare apparendo in molti CD audio (e che, tra parentesi, 'sporcano' il computer sui quali vengono ascoltati) non sarebbero leciti! Tra l'altro, qeusti stessi CD non possono fregiarsi del marchio CD audio in quanto non rispondono alle relative specifiche standard.
Oltre alla esosità del tributo, c'è poi da considerare che lo stesso è stato definito in cifra fissa e non, come forse sarebbe stato più corretto, in percentuale del costo industriale o del prezzo finale di vendita. Con la conseguenza che il tributo stesso rappresenta ormai la voce principale del prezzo finale! Una situazione aggravata dalla circostanza che i costi industriali sono in discesa.
In alcuni casi, il prezzo finale di vendita è raddoppiato Il risultato? Il mercato dei supporti analogici (sì, anche audio e videocassette sono bersagliati) vergini legali è letteralmente crollato.
I consumatori percepiscono il balzello come esoso ed ingiustificato, e si stanno rivolgendo al mercato parallelo. Col risultato che si perde non solo il gettito del nuovo tributo, ma anche l'IVA (non l'avrete mica dimenticata?) ed i tributi diretti, oltre ad alimentare ulteriormente l'illegalità ed a mettere a rischio posti di lavoro regolari.
Forse si sarebbe dovuto riflettere un po' di più e, nell'occasione, ascoltare le innumerevoli voci di dissenso che, all'epoca (era il 2003) si levarono.
E, forse, sarebbe opportuno intervenire per correggere un errore che inizia ad apparire davvero grande......
Il Professor De Cecco - figura notissima agli addetti ai lavori, forse un po' meno nota agli altri - è una personalità senz'altro "vulcanica", che è però dotata della capacità di argomentare in maniera ad un tempo esauriente e sintetica i propri punti di vista.
Uno dei suoi ultimi articoli si intitola, semplicemente: "Rassegnamoci, i mercati non sono perfetti".
Si tratta di una affermazione che magari potrà apparire banale ai più; non è così, specialmente se formulata in termini così perentori. In realtà, grossi pezzi di teroia economica in generale - e di teoria dei mercati in particolare - sono proprio basati sull'assunzione che i mercati siano perfetti: secondo una visione "ortodossa", non è possibile che esistano investitori poco informati, nè che questi ipotetici investitori possano influenzare i "prezzi di mercato" (ad esempio, delle azioni) portandoli a livelli non coerenti con quello dei valori delle aziende che le azioni stesse rappresentano.
Non a caso, dopo lo scoppio della bolla del 2000, i premi Nobel per l'economia sono stati assegnati a ricercatori non propriamente "ortodossi", alcuni dei quali mettevano in risalto le componenti non razionali delle scelte economiche (Kahneman).
Ahimè (?), l'Economia, croce e delizia di intere generazioni di studiosi, continua a mostrarsi per quello che è: una "scienza sociale", e non una "scienza esatta"; se mi si passa l'immagine (questa sì, poco ortodossa), quasi un'arte, piuttosto che una scienza.
I modelli sono esemplificazioni della realtà, e sono oltremodo utili per farsi una idea dei grandi trend, o per capire gli elementi fondamentali del funzionamento del sistema.
Ma attendersi che i modelli possano poi meccanicamente ed acriticamente essere applicati alla realtà, è forse eccessivo.
L'unica è "sporcarsi le mani" con la realtà stessa di volta in volta, isolando i fattori congiunturali critici, ed utilizzando il proprio bagaglio non solo di conoscenze, ma anche di esperienza, per orientarsi nel mondo concreto.
Del resto, il "lungo periodo" non è forse una somma di "brevi periodi"?
Non molti giorni or sono, uno dei principali istituti di credito italiani ha lanciato un nuovo soggetto bancario, attivo nel settore dei finanziamenti a medio e lungo termine.
Corsi e ricorsi storici ..... la vecchia legge bancaria del 1936 imponeva una stretta divisione tra banche commerciali (operanti nel breve termine, ed abilitate a raccogliere depositi in conto corrente "a vista") ed istituti (e sezioni) di credito speciale (che concedevano finanziamenti di maggiore durata e raccoglievano fondi emettendo obbligazioni o certificati di deposito di durata superiore ai 18 mesi).
All'inizio degli Anni '90, si ebbe un periodo di transizione, durante il quale, in Italia, venne favorita la nascita dei cosiddetti gruppi polifunzionali; in sostanza, si avevano diversi soggetti societari, nettamente distinti tra loro e ciascuno con la propria specializzazione, ma tutti facenti capo alla medesima proprietà.
Dopo il Testo Unico Bancario del 1993 (operativo dal 1994), cominciò invece l'era della Banca Universale.... ogni banca poteva "fare tutto" al proprio interno - naturalmente, osservando regole di vigilanza che garantiscono una certa omogeneità tra attivo e passivo - senza che ci fosse il bisogno di creare una galassia societaria. Inutile dire che molte Banche reincorporarono le sezioni speciali o le società di gruppo che avevano creato pochi anni prima.
Ed ora? Pare proprio che il pendolo ritorni verso la specializzazione. In generale, vien da chiedersi in quale misura questi cambiamenti organizzativi siano giustificati o adeguati alla gestione della realtà operativa. In realtà, le forme organizzative non sono quasi mai "neutrali" rispetto alla performance ed alla adeguatezza dei soggetti che le adottano.
Speriamo che il punto venga tenuto ben presente da chi di dovere!
Il compito principale di un governo che vuole aumentare la competitività è quello di permettere agli individui di cogliere tutte le opportunità di sviluppo..... La gente in genere non vede il processo invisibile attraverso cui le regole cambiano sulla base della pratica; ha la tendenza a pensare piuttosto che le regole siano qualcosa che deve essere proclamata dallo Stato, senza rendersi conto che, nella maggior parte dei casi, questo sta semplicemente codificando ciò che nella pratica si va già facendo (V. Smith, Nobel per l'economia). E' giusto? E' sufficiente? E' vero? E' auspicabile?........
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