Riflessioni aperiodiche di un sedicente addetto ai lavori per non addetti ai lavori: Economia italiana, Finanza, Finanza pubblica, Telecomunicazioni
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Dall'economia alla politica
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Come avevamo anticipato, la "questione derivati", scoppiata questa estate, è ancora sotto i riflettori.
Da una indagine della Consob presentata alla Camera (Commissione Finanze; v. anche "Il Sole 24Ore" del 13.1.2005) risulterebbe che i oltre 40mila imprese (e circa 900 tra enti locali e pubblici) hanno in essere contratti in strumenti derivati (specie swap ed opzioni) con i primi 10 gruppi bancari italiani. Gran parte di queste posizioni presenterebbe un saldo negativo, nel senso che, qualora i contratti venissero chiusi immediatamente, risulterebbe in perdita. Certo, si tratta di una perdita virtuale; non è possibile prevedere
l'andamento futuro (talvolta molto lontano nel tempo) dei tassi di interesse o di cambio, e le cose potrebbero anche migliorare (o peggiorare ulteriormente!).
Più precisamente, sulle 42mila imprese coinvolte in operazioni inerente i tassi di interesse, circa 38mila registrerebbero una perdita potenziale, complessivamente pari a 3,3 miliardi. A tale perdita vanno aggiunti
i 500 milioni di rosso "potenziale" che 2.700 imprese hanno accumulato sui cambi.
Insomma, una amara realtà, che potrebbe avere una qualche influenza sui bilanci delle imprese sin da subito,
visto che da quest'anno le società quotate dovrebbero uniformarsi ai principi contabili internazionali (IAS),
che impongono una maggiore trasparenza dei conti.
Vedremo......
Una piccola coda al post-monstre di ieri.
Se il patto di stabilità e crescita in sede europea è stato definito "stupido", non è che il patto interno brilli per intelligenza. In questo caso, i tetti alla spesa (che, da quest'anno, riguardano anche la spesa per investimenti) sono fissati rispetto ad un punto di partenza basato su dati storici. Pertanto, chi più ha speso nel passato (magari per inefficienza, ovvero per "caso"), più può continuare a spendere nel futuro.
Inoltre, il fatto che le regole varino praticamente con ogni legge finanziaria, di certo non favorisce la costruzione di un quadro normativo chiaro e stabile.
In realtà, anche qui abbiamo a che fare con vincoli di natura "metaeconomica", che del resto non sono irrilevanti.
Dunque, il patto di stabilità (e crescita), croce (e delizia?) di tutti i governi dell'Eurogruppo.
In estrema sintesi, l'originaria formulazione del patto stabiliva che il deficit annuale di uno stato non potesse eccedere il 3% del Prodotto Interno Lordo (Pil - ovvero la ricchezza prodotta annualmente), mentre il rapporto tra Debito accumulato e Pil non avrebbe dovuto superare il 60% (o, per lo meno, avrebbe dovuto convergere verso tale valore con un andamento soddisfacente).
In realtà, vi è stato qualche cambiamento interpretativo, ma tralascerò di parlarne (come tralascerò le questioni
definitorie degli aggregati) sia per evitare di dilungarmi, sia perchè non è essenziale un elevato livello di dettaglio ai fini del discorso che seguirà.
Molti governi parlano ormai apertamente dela necessità di riformare il patto. E' una questione delicata: i paesi aderenti all'Euro hanno deciso di sottostarvi, in modo da trovare un'àncora, una fonte di disciplina fiscale che potesse favorire lo sviluppo di un ambiente economico sano, e non drogato da politiche economiche di corto respiro (e foriere di disordini monetari e non).
Certo, ci sono alcuni punti da sottolineare. Intanto, il valore dei due numeretti "magici" (3 e 60) è stato fissato in maniera non dico controversa, ma sicuramente non logicamente inattaccabile; tra l'altro, le due maggiori economie dell'area Euro, ovvero la Francia e la Germania, fanno ormai da tempo fatica a rimanere nei limiti.
In secondo luogo, il patto è, come ha detto qualcuno, un po' "stupido"; in particolare, nei periodi di grossa crescita non offre incentivi adeguati a conseguire un avanzo (effettivo, e non misurato sul reddito potenziale) di bilancio da poter poi "utilizzare" nei periodi di stagnazione. Per contro, in questi ultimi periodi una applicazione acritica e rigida del patto stesso potrebbe rischiare di aggravare la situazione economica e di agevolare l'avvio di una spirale deflattiva.
Inoltre, con regole così rigide ed indifferenziate, si rischia di giudicare nel medesimo modo bilanci caratterizzati da stessi "saldi", ma di qualità differenti. Le ipotesi sul tappeto sono diverse, e non scenderò nei particolari. In generale, però, è interessante citare quanto riportato in un paper del nostro Ministero dell'Economia (cfr. Il Sole 24Ore dell'11.1.2005): "se efficaci, le riforme strutturali rafforzano la sostenibilità del debito attraversp l'aumento del tasso di partecipazione (al mercato del lavoro), la riduzione della disoccupazione, l'aumento del tasso di crescita potenziale dell'economia e la riduzione del costo delle pensioni che grava sull'intera società".
In sostanza, l'idea italiana sarebbe che uno una deviazione dal percorso verso il pareggio di bilancio e uno sfondamento del limite del 3% sarebbero ammissibili qualora dovute a riforme strutturali che migliorino "le possibilità di riduzione del debito nel futuro".
C'è da dire, peraltro, che il nostro paese rischia di rimanere comunque un sorvegliato speciale anche in un eventuale nuovo insieme di regole, a causa dell'ingente debito accumulato e dell'insoddisfacente (e, in parte, non strutturale) percorso di riduzione dello stesso negli ultimi anni.
Comunque.... qualcuno (Carnelutti, mi pare) soleva dire che la politica è metagiuridica. Ma è anche metaeconomia! E, alla fine, è probabile che le decisioni in sede europea assumeranno - almeno in parte - una valenza politica (e, dunque, "metaeconomica")
Sarà un bene ovvero un male? Ai posteri l'ardua sentenza.....
Una ultimissima breve annotazione sul patto di stabilità interno. Mi rendo conto che, in un contesto in cui non si fa altro che parlare di federalismo, possa apparire quanto meno singolare l'imposizione di vincoli, da parte dello Stato, a Regioni ed enti locali.
Ora, a parte che su pregi e difetti del federalismo all'italiana (ed in generale) ci sarebbe molto da discutere,
bisogna considerare che la responsabilità del rispetto dei vincoli europei è a carico esclusivamente dello Stato centrale, cui vengono anche comminate le eventuali sanzioni.
Ciò posto, e considerato il quadro della riforma costituzionale già varata, è inevitabile, oltre che logico, che allo Stato centrale sia stato riconosciuto un ruolo di guida e di coordinamento in materia di finanza pubblica. Val la pena di notare (Bordignon, ottobre 2004) che le sanzioni agli enti locali per il mancato rispetto del patto
non sono state, ad oggi, mai applicate; peraltro, circa il 70-80% di Comuni e Province e tutte le Regioni sono risultati "in regola".
Ma direi che, per oggi, possa bastare! :-)
Il responsabile dell'Agenzia europea di controllo per la sicurezza delle reti ha recentemente affermato: "Stiamo valutando richiami molto seri di Enti ed istituzioni europee che ci segnalano possibili collegamenti tra alcune società che producono programmi antivirus e la diffusione di quegli stessi virus nella Rete" (Cfr. Repubblica - Affari & Finanza del 13.12.2004).
Il fatto che un tale sospetto venga in qualche modo dichiarato non manifestamente infondato dall'Agenzia è sicuramente da segnalare. A quanto pare, la mano invisibile del mercato diviene, talvolta, fin troppo visibile!
Con questo breve richiamo, riattivo il mio blog nel nuovo anno; e, con l'occasione, ringrazio tutti i frequentatori di questo modesto anfratto internettiano.
Appena avrò un attimo di tempo in più, parlerò volentieri del patto di stabilità......
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