Pensieri economici in libertà

Riflessioni aperiodiche di un sedicente addetto ai lavori per non addetti ai lavori: Economia italiana, Finanza, Finanza pubblica, Telecomunicazioni

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martedì, 29 marzo 2005

L'Italia vista dal Giappone


Joi Ito è una persona sicuramente particolare.

 "Passa metà del tempo in un villaggio vicino Tokyo e l'altra metà in giro per il mondo a diffondere il concetto che la Rete va difesa dai tanti attacchi che vengono dai potenti di ogni latitudine". Così lo descrive l'occhiello di un articolo dedicatogli da una testata economica italiana.
Il Signor Ito è uno dei promotori dell'nteressante movimento dei "Creative Commons". Seguiamo le sue stesse parole per descriverne la natura:
"Quello che il movimento dei Creative Commos propone non è l'abolizione del copyright, ma una via intermedia. Le leggi sul copyright affermano il principio all rights reserved, noi proponiamo quello del some right reserved: l'autore può decidere se e a quali condizioni un suo lavoro può essere utilizzato gratuitamente dagli utenti.
Le licenze disponibili sul sito creativecommons.org prevedono diversi livelli d'uso dei contenuti. In generale, finchè non lo usi per fare soldi, puoi liberamente fruire del mio lavoro, e magari arricchirlo e rimetterlo in circolazione...... Il problema è che oggi per proteggere un 2% di diritti d'autore viene negato l'accesso al 98% della conoscenza".
Insomma, una iniziativa interessante da parte di una persona che non teme certo di andare contro corrente e di mettere in discussione regole, giuste o sbagliate che siano, ma consolidate.
Ma, al di là dell'interesse su questa famiglia di licenze, il punto è: cosa ne penserà una persona come Joi Ito del nostro paese? Scopriamolo ancora dalle sue stesse parole:
"Un bel paese, anche se ho l'impressione che manchi il concetto di legge, che ci sia una sorta di pensiero comune secondo il quale trasgredire è piuttosto normale, e anche la legge stessa è qualcosa di secondario e variabile a secondo del vento che tira".
Come dire..... "o tempora, o mores"! Anche in questo caso c'è da riflettere.....

Postato da: laureato91 a 14:43 | link | commenti
economia

lunedì, 21 marzo 2005

Ci sono reati e reati......

Dopo l'approvazione della "Urbani", da più parti si erano manifestate decise perplessità sulla struttura del provvedimento.
In particolare, il punto più criticato (e decisamente "abnorme") era quello reltivo alla classificazione come reato di natura penale anche di un singolo download da Internet di un brano musicale, pur senza scopo di lucro.
Le perplessità sono divenute critiche, e le critiche un fiume in piena di osservazioni. Il Ministro, resosi evidentemente conto della abnormità della previsione legislativa,  prese l'impegno di modificare la norma.
Ma le promesse cadono spesso nel dimenticatoio... sotto la pressione delle grandi case musicali e cinematografiche, infatti, è stata sì proposta una modifica, ma non nei termini auspicati.
In sostanza, il reato non cambierebbe natura e rimarrebbe penale; la relativa pena, tuttavia, passerebbe dalla reclusione alla comminazione di una multa. Tutto bene, dunque?
Il problema è che l'utilizzo fraudolento della rete va sì punito, ma.. "est modus in rebus", e non si possono  certo trattare allo stesso modo fattispecie radicalmente diverse (chi scarica un brano sta commettendo un reato, ma la reazione dell'ordinamento deve essere diverso rispetto a quella "necessaria" per chi scarica abitualmente grandi quantità di materiali protetti da copyright e li rivende traendone un profitto).
Con la soluzione prospettata, invece, il reato resta penale per tutti. Il che vuol dire che, a causa del principio dell'obbligatorietà dell'azione penale, sia le forze di polizia che la magistratura saranno obbligate ad impiegare tempo, personale e risorse finanziarie per perseguire singoli cittadini - più o meno consapevoli - che devono certo essere educati, ma non sono ovviamente dei criminali!
E, si sa, le risoprse sono scarse. Ritengo che, in Italia, alle forze dell'ordine ed alla magistratura vadano assegnate ben altre priorità: bene o male che sia, ormai il falso in bilancio (e le vere e proprie truffe da esso scaturenti) è più difficilmente perseguibile, ma restano sempre da perseguire i reati contro il patrimonio, le aggressioni, la microcriminalità che di "micro" ha sempre meno, e così via.
Invece, le risorse verranno utilizzate, almeno in parte, per difendere posizioni oligopolistiche che portano prezzi alti per il consumatore ed extraprofitti per le aziendee del settore, le quali non saranno certo incentivate a migliorare......
Mi sembra che non questa non sia una soluzione ottimale.

Postato da: laureato91 a 10:15 | link | commenti
economia

martedì, 08 marzo 2005

L'impegno e la ricompensa

Stock options... un termine che andava molto di moda fino al 2000, ma che anche oggi continua a godere di ottima salute.
In sostanza, si tratta di un meccanismo che permette di legare le retribuzioni del top management all'andamento delle azioni della società amministrata (il quale, a sua volta, dovrebbe essere funzione degli utili prodotti e di quelli attesi).
L'argomento è complesso: l'utilizzo di queste stock option (che, in generale, attribuiscono il diritto di acquistare, a determinate scadenze, azioni ad un prezzo prefissato e - quindi - di lucrare l'eventuale differenza con il prezzo di mercato)  apre una serie di problemi dal punto di vista contabile, fiscale, e anche 'etico'. Come contabilizzare le operazioni? Che riflessi devono avere sull'utile di esercizio? E' "giustificato" aprire forbici enormi tra la remunerazione del top management e quella dei quadri, degli impiegati degli operai?........
Non voglio certo affrontare qui tutta questa serie di interrogativi, la cui risposta, tra l'altro, non è univoca. Mi piacerebbe solo sottolineare come un recente ricerca abbia ipotizzato l'esistenza di una correlazione "inquietante" tra l'entità dei programmi di stock option e la probabilità che le aziende che li hanno varati siano protagoniste da un crack.

L'idea è che, al di là di un certo livello, la possibilità di moltiplicare la propria remunerazione costituisca un incentivo irresistibile a porsi obiettivi sempre più ambiziosi (anche se inverosimili), e soprattutto di barare (e di truccare i risultati reali) nel caso questi obiettivi non si riescano a realizzare.
Ciò porta ad ingannare i mercati nel tentativo di far lievitare artificialmente il prezzo delle azioni, e può dare inizio, fatalmente, ad un circolo vizioso che porta diritti verso il dissesto.
Oggi come oggi, negli Stati Uniti lo strumento delle stock options è in declino, soprattutto a causa di una minore convenienza innescata dalle nuove regole in materia di bilancio societario.

In Italia, invece, anche sulla scorta del buon andamento della Borsa, non è così (cfr. il Corriere Economia del 28.2.05). Ed il fenomeno si sta allargando anche alla dirigenza di grado meno elevato, ed a funzioni aziendali come il personale ed il legale.
C'è da meditare?







Postato da: laureato91 a 16:39 | link | commenti