Riflessioni aperiodiche di un sedicente addetto ai lavori per non addetti ai lavori: Economia italiana, Finanza, Finanza pubblica, Telecomunicazioni
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Un po' di riposo
Ebbene sì, lo confesso: ho ceduto alle lusinghe del ponte, giacchè avevo ferie arretrate da smaltire. Mi rendo conto che il mio manipolo manzoniano di lettori soffrirà orrendamente a questa notizia, ma ...... sarò di nuovo in attività a partire da Lunedì prossimo. Del resto anche in questi giorni, causa motivi di lavoro, non è che abbia postato gran che......
I tartassati
Siamo alle solite... si interviene sulla struttura fiscale, e subito vengono ricordati dati già conosciuti, ma che francamente mi adombrano ogni volta che li rileggo.
Categorie che dichiarano somme al limite del ridicolo (ad esempio, i gioiellieri, che con i loro circa 16.000 Euro lordi annui guadagnerebbero meno dei loro dipendenti); dati aggregati che lasciano perplessi (il 95% dei contribuenti dichiara meno di 40.000 Euro lordi; l'85% meno di 25.000); proteste per l'introduzione di un controllo più stretto sull'effettivo pagamento di quanto dichiarato.
Ma allora, com'è possibile che la distribuzione del patrimonio sia così sbilanciata rispetto ai dati reddituali? Che sia lo Stato ad operare una tale massiccia opera di redistribuzione? Ma ai danni di chi, visto che oggi dichiarano oltre 120.000 Euro lordi solo lo 0,44% dei contribuenti, ed una casa appena decente nelle grandi aree urbane costa oltre 500.000 Euro?
C'è proprio del marcio in Danimarca! Come commentava salacemente Luca Paolazzi su "Il Sole 24 Ore" (9 Ottobre 2006, p. 3), a guardare i dati delle dichiarazioni dei redditi la classe operaia sarebbe già in paradiso.
Se a questo si aggiunge (v. "Il Sole 24 Ore" del 17.10) l'andamento decisamente anomala dei "magazzini", usati come "polmone" per occultare ricavi e talmente pieni (sulla carta) da occupare aree molto più vaste di quelle a disposizione dell'imprenditore, il quadro si completa.
E anche gli studi di settore non costituiscono la panacea risolutiva di tutti i mali: ad esempio (cfr. ancora "Il Sole 24 Ore" del 10.10.2006, p. 27), fatto pari a 100 l'anno 2.000, i ristoranti (TG36U) segnano un incremento notevole dei ricavi "da studio" (che passano a 196,3); i redditi conseguenti, peraltro, nonostante l'incremento dei ricavi scendono a 83,5 (sempre fatto uguale a cento il 2000).
Insomma, con i prezzi in Euro i ristoratori avrebbero incassato molto di più, ma guadagnerebbero di meno in termini assoluti! Un dato che - francamente - confligge quanto meno con il buon senso, oltre che con l'esperienza sensibile.
Purtroppo l'esempio dei ristoratori (e anche dei gestori di bar) è solo uno di una lunga serie. Vedete, il problema sta nella affidabilità degli studi di settore e nella loro dinamicità, ovvero nella loro capacità di seguire l'evoluzone nel tempo di redditi e ricavi.
E qui cominciano i problemi. Innanzitutto, gli studi sono compilati da una società - la SOSE, società per gli studi di settore - che è di fatto al di fuori del perimetro dell'Agenzia delle entrate.
Qualcuno ricordava che gli studi, per essere correttamente implementati, vanno affidati a qualcuno che li gestisca con "etica", senza "inquinamenti", e che si renda conto di esercitare una funzione pubblica.
Ora, a vedere i risultati di talune revisioni effettuate nello scorso triennio, si rimane quanto meno sconcertati. molte hanno l'effetto di aumentare la platea dei "naturalmente congrui", semplicemente perchè avallano risultati "sballati" come quelli che descrivevo prima.
E i "naturalmente congrui" sono praticamente al riparo da accertamenti: col risultato che talune categorie sono - di fatto - "autorizzate" ad evadere di più (o ad eludere, come pudicamente qualcuno specifica: mi chiedo, tra l'altro, come mai quando si dà notizia di grosse evasioni accertate non si pubblichino mai i nomi dei rei: tutela della privacy?)
Queste distorsioni non sono ignote: nei convegni se ne parla, i risultati degli "studi matti" vengono esposti, le considerazioni che se ne desumono sono abbastanza lineari e logicamente poco attacabili (qualcuno ci prova, ma con ben scarso successo). La politica, però, tace, e non prende provvedimenti (preferisco sempre esercitare un po' di sano "understatement": alcuni degli elementi che vi ho fornito, malauguratamente, porterebbero a formulare dubbi e perplessità ben più gravi della già colpevole inerzia).
Se a qualcuno interessasse conoscere il mio pensiero in materia, credo proprio che, in sintesi, sia ora di far rientrare gli "studi" nell'alveo dell'Agenzia delle Entrate. Forse così potrebbe essere risolto anche un poblem ulteriore lamentato da qualcuno, e cioè il presunto deficit di trasparenza della SoSe.
Ma basta così. Forse mi sono già dilungato troppo per descrivere lo stato di un Paese in cui, appunto, la classe operaia è già in paradiso....
Derivati, crediti e gonzi
Abbiamo già dato notizia in passato, su "Pensieri economici in libertà", della forse eccessiva diffusione di strumenti derivati presso le piccole e medie aziende.
Una diffusione tale da portare, talvolta, problemi finanziari alle stesse aziende. In breve, un "derivato" è uno strumento finanziario che "deriva" il proprio valore dalla quotazione di un cosiddetto "sottostante", che può essere una azione, una obbligazione, un tasso di interesse, un tasso di cambio, una materia prima.
La particolarità consiste in una volatilità del derivato (possibilità di variazione, in su o in giù, del relativo valore) molto più alta di quella del sottostante, grazie alla presenza di un effetto-leva. In soldoni, si amplificano sia la possibilità di fare guadagni sia quella di lamentare perdite.
Esiste poi una particolare categoria di derivati: i derivati sul credito. Di fatto, sono una sorta di quotazione del rischio connesso a certi crediti. Chi compra un derivato su crediti scommette, in sostanza, sulla possibilità o meno che l'azienda "oggetto" del contratto fallisca. Non è proprio cpsì, ma tanto per rendere l'idea può bastare.
Non vi è nulla di male nello sviluppo di tale mercato, che può aumentare il livello di liquidità del sistema con beneficio di tutti. A patto, però, che i rischi vengano maneggiati (e sopportati) da chi li sa gestire, e cioè solo da operatori qualificati.
Invece, titolava Affari e Finanza dell'1.5.2006 (cfr. pag. 51): "Allarme derivati sul credito, un boom a rischio", specificando che "gli organi di controllo temono che finiscano nel portafoglio di investitori non professionali".
E vi posso assicurare che la valutazione di qesti strumenti è ben più complessa di quella di un bond emesso dall'Argentina, dalla Cirio o dalla Parmalat.
In realtà, il valore nozionale dei derivati trattati nel mondo inizia a preoccupare non pochi regolatori a causa dei relativi tassi di crescita quasi esponenziali.
Infatti, è recente la diffusione di un appello sottoscritto da tre alti funzionari della Fed, della Sec e della FSA e reso noto dal "Financial Times".Nell'appello si sottolinea l'andamento "esplosivo" del mercato dei derivati, e si chiede l'attivazione di una maggiore cooperazione, a livello internazionale, tra banche centrali ed autorità di vigilanza sui mercati.
Già l'anno scorso vi era stato un intervento "pesante": la maggior parte delle transazione avviene "over the counter", ovvero a trattativa diretta su circuiti non regolamentati. La gran crescita dei volumi aveva causato un enorme "arretrato" relativo alle attività di post trading.
Venne decisa la creazione di una sorta di "infrastruttura di supporto" che sembrerebbe aver portato un po' d'ordine (oggi, il 90% delle transazioni transiterebbe su piattaforma elettronica). Ma, a quanto pare (ed a quanto affermano i firmatari dell'appello) tutto ciò non sarebbe ancora sufficiente.
Anche se, periodicamente, qualche voce (interessata?) prova a smorzare le paure e le perplessità che sorgono di fronte ad uno sviluppo forse troppo tumultuoso e poco (auto)regolato.
In ogni caso, speriamo che non si tratti dei prodromi della solita strage annunciata....
Problemi 4 you, assoluzioni 4 me
Una storia poco edificante, da qualsiasi parte la si osservi.
La Corte di appello di Lecce ha annullato le sanzioni (già di per sè non eclatanti) comminate, su proposta della Consob, dal Ministero dell'Economia in relazione al caso dei prodotti "My Way" e "4 You".
Come si ricorderà, si trattava di prodotti classati dalla Banca 121 (poi acquistata dal Montepaschi) che avevano, per usare un eufemismo, "scontentato" i relativi sottoscrittori, tanto che lo stesso MPS avviò procedure di conciliazione con i propri clienti, e sospese la vendita dei prodotti "incriminati".
In seguito alla vicenda, la Consob aveva proposto (sollecitamente, a quanto pare) l'irrogazione di sanzioni ad una quarantina di esponenti di Mps/Banca 121.
Sempre a quanto pare, il Ministero dell'Economia (all'epoca sotto la gestione Siniscalco) ha temporeggiato; un po' troppo, a quanto pare....
Così, i ricorsi dei "sanzionati" sonon stati accolti dalla Corte d'Appello non certo per motivazioni di merito, ma perchè il Ministero aveva lasciato trascorrere il tempo massimo concesso per irrogare le sanzioni stesse (ne dà notizia, fra gli altri, "Il Sole 24Ore").
Insomma, è come se una multa per divieto di sosta non fosse stata notificata in tempo: l'automobilista non pagherà, ma il divieto di sosta c'era!
E sono ancora tarallucci e vino......
Il Nobel a Yunus
E così, Muhammad Yunus, il fondatore della Grameen Bank, ha vinto il premio Nobel per la Pace 2006.
E' un riconoscimento dovuto, che suggella i risultati ottenuti da un uomo che ha creduto nelle proprie idee.
Se vi ricordate, avevamo parlato della "Banca del villaggio" qualche mese fa su "Pensieri economici in libertà" (cfr. http://economiaitaliana.splinder.com/post/8590021).
E' una iniziativa che seguo da tempo, e invito nuovamente chiunque sia interessato a conoscere dati e "filosofia" del progetto a consultare il sito della Banca (http://www.grameen-info.org) e quello della Fondazione Grameen (esperienze di utilizzo del microcredito negli Stati Uniti, http://www.gfusa.org).
Applausi per (la) Fibra all'ombra della Madonnina
Cosa succede alle infrastrutture in fibra ottica milanesi nello stesso momento in cui la stampa è impegnata sull'"affare Telecom"?
Ebbene, qualcosa si muove. Forse un po' troppo (cfr. L'Espresso n.38 del 28.9.2006, p. 179-180 e le successive polemiche su molti quotidiani economici). Al di là delle considerazioni di natura strategica (che pure sono controverse), cerchiamo di limitarci all'aspetto "tecnico" dell'argomento.
Ma prima di parlare del presente, facciamo un piccolo passo indietro. Nel 2003, la milanese (controllata dal Comune) AEM vendette alla e.Biscom di Silvio Scaglia il 30% di Fastwe, ricavandone 277 milioni di Euro.
Contestualmente, però (e cominciano le operazioni formalmente corrette, ma generalmente precluse alle persone "normali"), la stessa AEM acquistò da e.Biscom per 37 milioni di Euro il 33% di Metroweb, proprietaria della infrastruttura in fibra ottica, arrivando al 100% della proprietà.
Fin qui, tutto bene. Casualmente, però, sempre AEM sottoscrisse un prestito obbligazionario convertibile emesso da e.Biscom, sborsando 240 milioni. In soldoni, AEM finanziò totalmente e.Biscom per farle acquistare Fastweb, non incassando nemmeno un centesimo, ma facendo credito.
Libere scelte imprenditoriali, anche se - francamente - un po' singolari.
Oggi AEM ha deciso che Metroweb non è più strategica. E, come logico, la mette in vendita. A cghi?
A un fondo di investimento non eccessivamente noto Stirling, con una operazione che si snoda fra le isole del canale ed il Lussemburgo.
Vanno giusto notati due particolari. Il primo, molto semplice, riguarda il prezzo.
Nel 2003, ben dopo lo scoppio della bolla, quindi, AEM valutò - all'atto dell'acquisto da e.Biscom/Fastweb - Metroweb circa 300 milioni di Euro.
Oggi, con Metroweb che ha ridotto i debiti, ha incrementato i risultati operativi e scrive, nel bilancio 2005, che sono previsti "ancora importanti incrementi di redditività", AEM incassa solo 232 milioni (oltre il 20% in meno della prima valutazione!), dedotti ovviamente i circa 190 milioni di debito della Metroweb (Giugno 2006).
Oddio, ho scritto incassa? In realtà non è proprio così.
Infatti, l'AEM si sarebbe impegnata acquistare una quota della Burano srl, la società di cui Stirling si servirà per operare l'acquisizione di Metroweb (e facente capo ad una holding lussemburghese, sborsando 8 milioni di Euro.
In più, pare che la stessa AEM si appresterebbe a sottoscrivere un prestito da 24 milioni emesso da Metroweb. Con una conseguenza paradossale.
Tutto considerato, nell'operazione Stirling (il compratore) sborserà circa 26 milioni di Euro, ovvero addirittura meno dei 32 milioni che è chiamata a sborsare - considerate anche le obbligazioni - l'AEM (il venditore).
E' proprio vero: le vie della finanza sono infinite...
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