Riflessioni aperiodiche di un sedicente addetto ai lavori per non addetti ai lavori: Economia italiana, Finanza, Finanza pubblica, Telecomunicazioni
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Autoregolamentazione e dintorni
Le regole fissate dallo Iosco per gli hedge fund qualche mese fa, regole definite da taluno la "tavola delle leggi" per il settore, mi fanno riflettere.
Si tratta, più che di leggi, di "consigli" non aventi cogenza, che dovranno essere implementati nelle legislazioni nazionali, in maniera più o meno lasca e su basi volontarie.
Ma vediamole queste regole draconiane:
1) avere procedure scritte per le procedure di valutazione del portafoglio, anche per assicurare l'indipendenza di chi formula la valutazione e di consentire una qualche forma di controllo interno.
Caspita! Vengono davvero i brividi a pensare che evidentemente, se si sente il bisogno di precisare una regola di comportamento così elementare, esistono molti organismi che così non si comportano.
2) Ricorrere, per la valutazione di strumenti complessi e/o non quotati, anche a fonti indipendenti di valutazione.
Anche qui, francamente, mi pare l'invocazione della "diligenza del buon padre di famiglia", ovvero di un presidio che - se non applicato - squalifica e mina l'intera procedura di determinazione del valore del fondo.
3) Non esentare alcuno strumento detenuto dalle regole di cui ai punti precedenti. No comment.....
4) Predisporre procedure idonee a gestire le deviazioni dei prezzi, per limitare anomalie che non trovano riscontro nel mercato.
E via così: i principi sono nove, più o meno dello stesso tono.
Francamente, un po' poco per dichiarare, come ha fatto a suo tempo "Il Sole 24 Ore", che l'"era del Far West è alle spalle".
Italiani brava gente
... ed evasori fiscali. E' francamente sconcertante leggere dei risultati, rilasciati a fine Novembre scorso, cui i controlli della Guardia di Finanza hanno portato in relazione alle detrazioni sull'edilizia.
Il mero sfruttamento degli archivi informatizzati ha portato alla scoperta di innumerevoli casi di evasione (più al Nord - dove però è stato maggiore il numero delle verifiche - che al Sud, che sicuramente eguaglierebbe il primato a parità di controlli).
Il punto sconcertante è che una miriade di imprese, pur ricevendo i bonifici o rilasciando fatture, compilavano dichiarazioni dei redditi clamorosamente incoerenti, o addirittura non la compilavano affatto.
Italiani, dunque, anche fessi oltre che caratterizzati da uno spirito civico carente?
No, più che di stupidità collettiva, si tratta i aspettative - radicate nel tempo - di impunità.
Forse, sarebbe davvero bene farla finita per un po' di anni con i condoni; e usare un po' di più il proverbiale bastone, assieme all'altrettanto proverbiale carota.
Viva la sincerità
Su pensieri economici in libertà avevamo di già parlato delle Siiq, le Società di investimento immobiliare quotate, e del loro regime fiscale particolarmente vantaggioso.
In sostanza, ferma restando la possibilità per un soggetto di mantenere il controllo della società, gli utili distribuiti vengono tassati al 12,50%. Giusto? Sbagliato? Non è mio compito giudicare le scelte di valore.
Non posso, peraltro, non notare una grande discrepanza con la tassazione della piccola proprietà immobiliare, fortemente progressiva e fonte di una evasione immane.
Ma la grande proprietà oramai può scegliere tra più strumenti per "ottimizzare il carico ficale".
Cito testualmente da "Affari e Finanza" del 19.11.2007 ("Immobiliari speculativi: come gli hedge fund, pag. 54):
"a favorire la crescita del settore è soprattutto la fiscalità di favore: gli utili non distribuiti non vengono tassati, mentre quelli versati ai soci sono soggetti al 12,5%, come i normali fondi comuni.
Pertanto, i detentori di grandi proprietà immobiliari possono conferire i beni nel fondo puntando così a un duplice risultato: un peso inferiore da parte del fisco e la gestione affidata a gestori professionisti".
Gestori professionisti che non faticheranno ad appropriarsi di una parte del minor carico fiscale, lasciando il resto ai proprietari. E magari apportando immobili provenienti dal proprio gruppo di appartenenza.
Come dire: viva la sincerità!
Auguri!
Una Pasqua particolarmente precoce moltiplica la sensazione che il tempo corra: comunuqe, ci siamo! Dunque, auguro a tutti i miei lettori di trascorrere una Pasqua serena e felice, nella speranza di ritrovarvi "su queste stesse pagine" a partire dalla seconda metà della settimana prossima.
Euroritenuta o Eurobufala?
Grandi titoli sulla stampa economica relativamente al fatto che la cosiddetta "euroritenuta" ha varcato i confini comunitari, approdando anche in alcuni paradisi fiscali (Isole Cayman, Montserrat, Aruba).
Ma di che si tratta esattamente? A far tempo dall'1.7.2005, è previsto che gli Stati Ue comunichino annualmente agli altri Stati comunitari i dati relativi agli interessi percepiti da persone ivi residenti.
Quindi, se un residente nello Stato "B" percepisce interessi pagati nello Stato "A", l'Amministrazione dello Stato "B" verrà automaticamente a saperlo.
Tutto bene, dunque? Non proprio. In alternativa allo scambio di informazioni, è possibile per lo Stato "A", invece di fornire i dati dei percipienti, applichi una ritenuta (l'"Euroritenuta", per l'appunto), inizialmente pari al 15%, e progressivamente crescente fino al 35%.
Austria, Belgio e Lussemburgo hanno scelto quest'ultima strada pur di non scambiare automaticamente informazioni, così come hanno fatto taluni Paesi extracomunitari "associati" alla normativa (l'attualmente famigerato Liechtenstein, la Svizzera, S. Marimo, Monaco e Andorra).
Certo, l'applicazione dell'Euroritenuta non esime dall'obbligo di dichiarare le somme in patria (recuperando comunque quanto già pagato); ma senza scambio di informazioni è difficile che il percipiente dei redditi li dichiari.
E poi, non viene mai messo in evidenza abbastanza che tutta questa costruzione sembra proprio il classico colosso dai Piedi di argilla, capace di ingabbiare solo qualche evasorucolo "fai da te", assistito da qualche fiscalista di infimo ordine.
Infatti, la normativa ha una serie di eccezioni tali da vanificarne, di fatto, qualsiasi utilità. Tanto per cominciare, essa non si applica ai c.d. titoli "grandfathered", e cioè emessi prima di una certa data, anche se rimarranno a in vita ben oltre il 2005.
Ma questo è niente; la normativa, infatti si applica solo alle somme pagate a titolo di interesse. E non si applica, che io ricordi, alle persone giuridiche.
Quindi, niente euroritenuta su redditi rivenienti da azioni, partecipazioni capital gain, fondi pensione, units, polizze vita anche a contenuto finanziario spinto, etc.
Insomma, basta "trasformare" i proventi servendosi di uno schermo societario (senza nemmeno ricorrere alle "stiftungen") e/o dello strumento finanziario più opportuno e..... voilà, il giuoco è fatto: niente scambio automatico di informazioni e niente ritenuta, nemmeno nell'ambito della stessa UE.
Dunque, va bene celebrare l'allargamento geografico della normativa, ma sarebbe bene ricordarsi che la stessa normativa appare un po' "bufalosa".
Yoga, subprime, crisi e salvataggi
A quanto pare, la leggenda vuole che Bill Gross, presidente del fondo Pimco, in una giornata di fine 2005 fosse assorto in una seduta di yoga.
Quand'ecco, improvvisamente, l'illuminazione mistica: il mercato immobiliaresarebbe iniziato a crollare da un momento all'altro. Dunque, la decisione: uscire dal settore.
Beh, francamente non c'era davvero bisogno di ricorrere a tecniche di meditazione trascendentale per arrivare a delle conclusioni simili.
Il vostro laureato91 l'ha scritto più volte: la politica monetaria lasca degli ultimi anni è la prima responsabile dello stato attuale della finanza mondiale.
Ed ora ecco l'isituzione che ha maggiormente generato i guasti presenti a cercare di rimediare, non senza affanno.
Un Paul Krugman molto pessimista ricordava lo scorso 14 marzo, dalle colonne del New York Times, che Bernanke ("Helicopter Ben") non sta facendo altro che implementare quanto da lui scritto non più tardi di quattro anni fa.
Nel paper ("Monetary policy alternatives at the zero bound; an empirical investigation"), di cui Bernanke è coautore, si ventilava la possibilità che una banca centrale acquistasse non sicuri titoli di stato per far scendere i tassi, ma altra "roba" (Krugman la chiama proprio così), tra cui i titoli garantiti da mutui immobiliari.
Comportamento che la Fed, nei fatti, sta seguendo anche se non esplicitamente, accettando questi titoli in garanzia di finanziamenti non solo al settore bancario, ma anche a quello dell'intermediazione finanziaria.
Quello che risulta meno accettabile, però, è il tentativo di minimizzare i costi ed i rischi della linea di condotta che si sta seguendo.
John Lipsky, numero due del Fondo Monetario Internazionale, rivolto ai governi degli stati membri, guarda caso subito prima che scoppiasse ufficialmente (ché di voci in giro ve n'erano già da tempo) il caso Bear Sterns, ha dichiarato:
"dobbiamo tenere tutte le opzioni sul tavolo, compreso il potenziale uso di fondi pubblici per salvaguardare il sistema finanziario".
Subito dopo, però, in un esercizio di sano cerchiobottismo che evidentemente non è solo caratteristica italica, l'esponente del Fondo si è peritato di aggiungere:
"Non sto sostenendo l'uso di soldi dei contribuenti per aiutare singole istituzioni, ma riconosco pienamente un ruolo appropriato per l'intervento del settore pubblico dopo che le soluzioni di mercato siano state esaurite".
Che dire, in proposito? In primo luogo, appunto, sono proprio le "soluzioni di mercato" che hanno innescato la presente crisi, alimentata non poco dalle posizioni di chi apertamente, fino a qualche mese fa, continuava a sostenere la necessità di minimizzare i controlli e di far arretrare la presenza dello Stato anche in settori dove sarebbe stato bene evitare certe scelte rivelatesi, all'unica prova rilevante, quella dei fatti, inappropriate.
In secondo luogo, se il Lipsky non parlava di soldi dei contribuenti (avallando quindi la nota socializzazione delle perdite seguita e preceduta dalla privatizzazione dei profitti, che non rappresenta certo una sana implementazione del "Mercato"), allora di cosa stava parlando?
Fatto sta che, come ricordavo, subito dopo queste esternazioni è scoppiato il caso Bear Sterns. La "vulgata" vuole che l'istituzione in crisi sia stata salvata da JP Morgan.
Se si scava un po' nell'operazione (cosa che difficilmente i telegiornali e le riviste meno tecniche ma forse più diffuse fanno), si scopre però che JP Morgan ha assunto, in pratica, le funzioni di "Hub", ovvero di snodo delle operazioni di salvataggio, acquisendo a prezzi stracciati la consorella in difficoltà (gli azionisti, in questo caso, non sono stati salvati: vedremo se il trattamento riservato al top management replicherà lo scandaloso comportamento della Citibank) ma accollando il rischio per 30 miliardi sulle spalle della Fed.
Il salvataggio, insomma, è in gran parte a carico non dalla Morgan, ma proprio della FED. La Banca centrale americana, infatti, ha con l'occasione attivato uno speciale sportello di finanziamento a circa un mese.
Si tratta di un intervento "pesante", soprattutto considerando che la Bear Sterns non gestisce depositi. E si tratta di un intervento "non recourse". Cosa vorrà dire? Vuol dire che non vi è garanzia che assista i prestiti, e che il rischio di credito grava per intero sulla FED.
Ovvero, in ultima analisi, sui contribuenti, gli stessi di cui parlava Lipsky....
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