Riflessioni aperiodiche di un sedicente addetto ai lavori per non addetti ai lavori: Economia italiana, Finanza, Finanza pubblica, Telecomunicazioni
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Ancora sul Liechtenstein
La situazione in Liechtenstein non è così grave, dice il Fondo Monetario Internazionale.
Non vi sono evidenze, infatti che il principato appoggi il terrorismo (e come potrebbero esservene, vista l'impenetrabilità degli schermi costituiti dalle fondazioni locali?).
Certo, vi sono problemi di mancata collaborazione ai limiti della connivenza in materia di evasione fiscale, frode fiscale, riciclaggio "in proprio" di denaro sporco, crimini ambientali, contrabbando vario, falso in generale e manipolazione di mercato (e spero di non aver dimenticato nulla; v. "Il Sole 24 Ore" del 6.3.08).
Certo, prima che una rogatoria possa avere seguito (non in materia dei reati ricordati, ovviamente), bisogna passare attraverso otto gradi di giudizio, stranamente nemmeno tanto efficienti in termini temporali.
Ma per tutto il resto, non c'è problema.....
Ma Dell'Aringa fa il pesce in barile?
Su "Il Sole 24Ore" del 16.7.08, Carlo dell'Aringa parlava di salari, inflazione e modelli di contrattazione.
Mi interessa soprattutto riportare su un paio di affermazione riportate in quella sede:
1) L'inflazione programmata dal Governo, fissata all'1,7%, pur essendo lontana dal 3,8% effettivo, è pur sempre nelle vicinanze di quella che gli esperti definiscono l'"inflazione di fondo" (core inflation).
(...) La core inflation fa riferimento all'aumento dei prezzi di natura interna ed è quindi depurata della componente di origine esterna (petrolio e altre materie prime).
(...).
2) Per i rinnovi dei prossimi contratti nazionali di lavoro, è quindi importante che le parti sociali facciano i conti giusti (assistiti anche dall'Istituto nazionale di statistica) e si accordino su un recupero dell'inflazione che, da un lato, escluda le componenti importate e, dall'altro,non riproponga vecchie formulazioni di indicizzazione dei salari ai prezzi.
Se non fosse così, più che un ammodernamento dell'accordo del luglio del 1993 assisteremmo a un arretramento e a un peggioramento che provocherebbe gravi conseguenze sulla nostra economia, già così pesantemente toccata dalla crisi in atto.
Al riguardo, direi che - sommessamente - ci sia qualcosa da precisare.
Punto primo: quando si afferma qualcosa, è bene dare i dati. secondo le ultimissime proiezioni ISAE, l'inflazione core per il 2008 si attesterebbe al 2,2% nel 2008 ed al 2,1% nel 2009.
Ora, tralasciando per il momento altre osservazioni, "essere nelle vicinanze" significa "alleggerire" i redditi da lavoro dipendente della differenza tra inflazione "core" ed inflazione programmata (2,2%-1,7% = 0,5% per il 2008, e 2,1%-1,5%= 0,6% per il 2009)
Si tratta di una "tosatura" di oltre un punto percentuale che si va ad aggiungere al danno della mancata restituzione del fiscal drag, e questo nello stesso momento in cui ad altri settori (autotrasporto) sono state concesse clausole che - di fatto - reintroducono una sorta di "scala mobile": insomma, costi indicizzati e ricavi deindicizzati?
Sul secondo punto, il discorso è più complesso. Mi limito a cogliere una asimmetria grave, un caso particolare della quale mi è già capitato di trattare su questo blog.
Una asimmetria il cui permanere nel tempo porta al manifestarsi di effetti cumulativi deleteri.
Cerco di farla semplice; lo spirito degli accordi del 1993 prevedeva - l'ho già ricordato altrove - che ai lavoratori fosse riconosciuta la sola inflazione "fatta in casa", al netto del cosiddetto peggioramento delle ragioni di scambio.
Ad esempio, ipotizzando un mondo fermo, in cui il cambio dell'allora Lira si fosse svalutato, ai lavoratori non sarebbe stato riconosciuta la parte di inflazione "importata" a seguito della svalutazione.
Stesso caso, se i prezzi delle materie prime importate espressi in valuta nazionale rincarano, questo è un onere di cui si deve fare carico l'intera collettività nazionale, e quindi i salari non si vedranno restituita la parte di inflazione legata al rincaro.
Il ragionamento si tiene, ed ha una sua logica; logica che, peraltro, come ho fatto notare in altre occasioni svanisce se l'applicazione non risulta simmetrica.
Esistono, infatti, casi in cui l'inflazione fatta in casa è superiore all'inflazione totale: succede se, ad esempio, il tasso di cambio si va rivalutando e/o i prezzi delle materie prime estere denominati in valuta nazionale scendono.
Ebbene, in tali casi - che si sono verificati, nel passato - ai salari andrebbe riconosciuuto un incremento superiore a quello dell'indice generale dei prezzi, proprio per ristorarli da quelli che sono stati i comportamenti evidentemente poco virtuosi dei price-maker nazionali (lavoratori autonomi "veri", produttori, trasformatori).
Prova ne sia il seguente esmpio. Supponiamo che, nel mondo, tutti i prezzi siano fermi, e vari solo il tasso di cambio dell'Euro (o della vecchia Lira, poco importa). Partiamo da una situazione di parità col dollaro. Supponiamo che, in un dato anno, il tasso di inflazione complessivo sia stato del 4%; se in quell'anno l'Euro si fosse deprezzato del 20%, ai lavoratori verrebbe riconosciuto qualcosa in meno del 4% (ad esempio il 3%), per tenere conto del peggioramento per tutta la comunità delle ragioni di scambi.
Se però l'anno dopo l'Euro tornasse al punto di partenza e l'inflazione fosse, ad esmpio, del 3%, ai lavoratori verrebbe riconosciuto solo questo, che invece sarebbe la risultante di una disinflazione importata (di cui anche i lavoratori dovrebbero partecipare, come nel caso dell'inflazione importata), e di comportamenti meno virtuosi da parte degli attori interni.
Se l'Euro continuasse ad oscillare tornando sempre al punto di partenza, ad ogni "giro" i salari perderebbero una quota, che non verrebbe mai restituita.
Il discorso vale anche se ad oscillare sono i prezzi delle materie prime. Per i più curiosi, ribadisco che l'indice che misura l'inflazione fatta in casa è il poco conosciuto deflatore del Pil.
Certo, mi si dirà, tutto questo è teoria: ma ciò vale anche per l'intervento di Dell'Aringa. E comunque - piaccia o no - è proprio esplicitando i presupposti degli accordi del '92 che se ne possono comprendere meglio i meccanismi.
Se poi a tutto questo si unisce la tendenza a considerare la cosiddetta "vacanza contrattuale" come definitiva e non come acconto sul dovuto, senza pagare gli arretrati dopo anni di ritardo nei rinnovi (specie nel settore pubblico)....
Da queste considerazioni, lo scherzoso titolo che mi vorrete perdonare...
Dagli errori si impara?
Non sempre.... Mi è capitato di leggere a metà Marzo 2008 - ben dopo, quindi, lo scoppio della crisi "subprime", la pubblicità che una banca faceva su un giornale free-press.
Incuriosito da un dato che "ad occhio" non mi tornava (110.000 Euro di un mutuo definito "Light" restituibile in rate da 537 Euro al mese), mi sono soffermato sull'annuncio.
E meno male che ancora non sono Matusalemme. Infatti, in fondo all'annuncio stesso, in carattere Small Fonts 0,5 (ai livelli dei famigerati ghirigori di Zio Paperone), nero a bassa risoluzione su grigio puntinato, trovo scritto:
"La rata del MutuoLight è riferita ad un'operazione di durata trentennale con maxirata finale del 27% del capitale erogato".
Cioè, in soldoni: con la rata pagherete più interessi e restituirete meno capitale, e quando dopo trent'anni penserete di aver finito di pagare il mutuo, dovrete in realtà pagare ancora il 27% del prestito.
Mah...
Tra le pieghe dei bilanci
Lo scorso Marzo Unicredit annunciava sinergie sui costi migliori delle attese per 125 milioni di Euro in relazione all'integrazione con Capitalia.
Contemporaneamente, però, la stessa Unicredit annunciava maggiori costi di integrazione, sempre in relazione all'operazione Capitalia, lievitati a 1,3 miliardi di Euro.
L'esposizione diretta ai mutui subprime era già allora dichiarata trascurabile e in diminuzione ma, nonostante ciò, non veniva confermata l'ipotesi di utili per azione a 66 centesimi a causa delle turbolenze sui mercati.
Turbolenze che non vorrei possano essere utilizzate, oltre i confini - per la verità - più che in Italia, in un valido ausilio per spazzar via da sotto il proverbiale tappeto anche un po' di polvere "extra" accumulatasi nel tempo.
Indici alternativi dei prezzi
Ci sono davvero tanti modi per misurare la temperatura dei prezzi: NIC, FOI, indice armonizzato Eurostat......
Ma ve ne è fors'anche uno non propriamente "convenzionale"; nel corso del mese di Marzo, sono stati diffusi taluni dati relativi alla falsificazione delle banconote in Italia.
Dalle statistiche risulta inopinabilmente che, durante il 2006 il taglio di banconota più "taroccato" era stato quello da venti Euro.
Per contro, nel corso del 2007 i tagli maggiormente falsificati sono stati, nell'ordine, quelli da cento Euro e da cinquanta Euro.
Che sia anche questo un segno di inflazione che sfugge alle statistiche ufficiali?
Chi valuta i valutatori?
E' sempre pericoloso riformare in fretta, anche quando si è animati dalle migliori intenzioni.
Nei giorni scorsi, è "girato" qualche commento sarcastico su una Università italiana che avrebbe preparato una particolare "sanatoria" per i fuori corso, che costituirebbero oltre la metà del relativo "parco studenti".
A quanto pare, sostenendo un paio di sessioni di test multidisciplinari nel corso di una mattinata, e rispondendo correttamente ad almeno venti su cinquanta, i fuori corso potrebbero vedersi riconosciuti ben 5 esami, sia pure col minimo.
"Promozioni" a scalare sarebbero possibili sottoponendosi (e rispondendo) ad un numero inferiore di quesiti.
Perchè tutto ciò? Perchè, a quanto pare, una quota di fondi premiali per gli atenei per il prossimo anno sarebbe legata alla riduzione del numero dei fuori corso.
Al di là della questionabilità dell'indicatore, questa storia dimostrerebbe come il binomio riforme affrettate - autonomia spinta possa generare dei veri e propri mostri; e questo vale in tutti i campi.
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