Riflessioni aperiodiche di un sedicente addetto ai lavori per non addetti ai lavori: Economia italiana, Finanza, Finanza pubblica, Telecomunicazioni
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Un ministro a credibilità limitata
Così avevo definito in passato Paulson. E sì, oggi mi permetto di scrivere un post con toni un po' diversi dal solito.
Perchè talvolta è bene parlar chiaro. Perchè il "piano Paulson", ideato dall'uomo che, a guardarlo, fa davvero credere per un attimo al complotto rettiliano, non è passato?
In sostanza, la versione originale diceva: il Signor Paulson, tra i principali responsabili dell'attuale situazione, ai vertici di Goldman Sachs fino a poco tempo fa, chiede 700 miliardi di Dollari da utilizzare con le modalità che più gli aggradano, nei tempi che decide lui, senza praticamente controlli e senza nemmeno chiarire che gli azionisti delle banche salvate dovranno in qualche modo "pagar pegno".
E ci si meraviglia che il Congresso abbia voluto fargli sentire il proprio peso politico dicendogli di no?
La verità è che Paulson, che non mi pare francamente primeggi neppure per intelligenza finanziaria, non avrebbe mai dovuto essere nominato Segretario di Stato al Tesoro se non trascorso un congruo periodo di tempo dalla sua attività in Goldman Sachs. Il che non è stato
Di più, parrebbe addirittura (v. Affari & Finanza del 29.9.2008) che lo stesso Paulson abbia ancora in portafoglio opzioni e azioni di Goldman Sachs.
Come meravigliarsi che qualcuno "pensa male" (ah, il buon Andreotti) di chi si trova nella posizione di decidere quale banca fallisca e quale no, chi aiutare e chi no, con quali modalità farlo, e per di più utilizzando i soldi dei contribuenti?
E' ovvio: il piano verrà approvato alla fine (non lo dico solo io, ma anche Oxford Analytica), e sarebbe ormai impossibile cambiare "in corsa" l'azzoppato Ministro del Tesoro.
Che nessuno, però, parli ancora di modelli da imitare e di supremazie tutte da dimostrare, volta per volta. L'ineffabile Larry Summers ieri "se ne è uscito" con un'altra delle sue sentenze: "c'è un problema di leadership".
Già, e lui - e Paulson - di quel problema ne fanno parte, e non ne sono certo la soluzione.
Quanto alla situazione attuale dei mercati finanziari e immobiliari... che dire? Rileggendo persino le semplici cose scritte da me ben prima dello scoppio della crisi, mi viene una sensazione di rabbia......
Ricordate il ritornello di una vecchia canzone di Elio e le storie tese? "non dite che non vi era stato detto......"
A buon intenditor...
...poche parole. E ne bastano davvero poche, talvolta, a far intravedere grandi verità.
La "scena": un articolo apparso su "Affari & Finanza" del 31.3.2008, che parlava del gruppo indiano Tata e delle sue acquisizioni di aziende britanniche. Ma non è questo che ci interessa in questa sede.
Il giornalista (Rampini, mi pare), "en passant" afferma che "... il gruppo Tata mantiene le distanze da una cultura capitalistica in senso stretto, QUINDI (maiuscole mie) esalta la meritocrazie e non l'ereditarietà delle cariche".
Con buona pace del dibattito sulla separazione tra proprietà e management e sul capitalismo come campo di giuoco livellato per tutti, dove i migliori possono vedersi riconosciuti i propri meriti......
Free press?
Un po' di tempo fa - a metà marzo, mi pare - leggevo su uno dei quotidiani a distribuzione gratuita distribuiti nella capitale: Prezzi delle case giù tranne che a Roma.
Per quanto ne sapevo, anche il mercato immobiliare romano iniziava da tempo a mostare la corda, e questo già prima delle dichiarazioni "ufficiali" dei giorni scorsi. Si legga, ad esempio, questo articolo.
Allora, mi è venuto da chiedermi: Non è che la free press, di tanto in tanto, più o meno volontariamente, più o meno con entusiasmo, si fa veicolo di qualche wishful thinking (o peggio) coltivato da chi vi ha interessenze?
Ma poi ho scrollato le spalle, pensando che anche i fratelli maggiori della stampa a pagamento indulgono talvolta negli stessi comportamenti....
A volte tornano.....
e, forse, portano anche un po' di "sfiga" (scusate il termine).
John Meriwether, dieci anni dopo aver ampliamente collaborato alla crisi dei mercati grazie alle perdite da 4 miliardi di dollari del fondo LTCM, era di nuovo sulla cresta dell'onda.
Un'onda che ha evidentemente cavalcato un po' troppo a lungo, dacchè la società di cui è gestore (Jwm Partners) sembrerebbe proprio trovarsi in grave difficoltà (cfr. già "Il Sole 24 Ore" del 28.3.07, ben prima delle ultime vicende).
Il problema è sempre quello, dopo aver sostenuto perdite ingenti, gli investitori dei fondi da lui gestiti rivorrebbero i soldi indietro; peccato che i fondi stessi non riescano a sostenere i deflussi (in particolare due di essi, che gestiscono quasi un miliardo e mezzo di dollari).
Forse il prepensionamento per taluni soggetti non sarebbe un'idea cosi malvagia.
Two is megl' ch' uan?
Il cosiddetto sistema di governance duale, malamente - secondo me - mutuato in Italia dalla Germania, oltretutto affiancandolo al vecchio sistema "monistico", non è certo la panacea di tuti i mali. Anzi!
La Banca d'Italia, per cercare di coprire almeno in parte le principali falle della disciplina civilistica, si è vista costretta ad introdurre talune "precisazioni" di rango regolamentare. Precisazioni che, sfortunantamente, oltre a poter necessariamente cosituire solo una "toppa", valgono solo per il sistema bancario.
Ma oramai, il sitema duale mostra da tempo tutti i propri limiti anche nella madrepatria germanica.
Nel marzo o aprile scorsi fece notizia l'oramai polemica aperta e clamorosa tra il consiglio di sorveglianza ed il consiglio di gestione della Ikb, nota per essere stata la prima banca europea ad essere travolta dalla crisi, al punto da richiedere un salvataggio da parte dello Stato.
I due consigli si accusano a vicenda di non aver saputo valutare la situazione e di non aver fornito informazioni sufficienti sui rischi corsi.
Intanto, la banca, oltre a dover remunerare due insiemi di consiglieri, continuava ad affondare. In Italia, invece, ci si può limitare a citare l'"affaire" Mediobanca....
To mark or not to mark?
Dalle colonne de "Il Sole 24 Ore" del 17.8.09, Zingales afferma che:
"La liquidità evita che le banche siano costrette a vendere per far fronte alle richieste di pagamento, bloccando la spirale sul nascere. Ma poco può la liquidità contro la nuova variante della malattia. Anche se una banca non è costretta a vendere per fronteggiare i bisogni di liquidità, è sempre costretta a riconoscere le perdite. La combinazione del mark-to-market imposto dai principi contabili e dei requisiti minimi di capitale richiesti dagli accordi di Basilea o dalle agenzie di rating fa sì che la spirale possa cominciare anche quando le banche hanno ampio accesso al credito della Banca centrale".
Aggiunge che "(...) Bisogna sospendere temporaneamente il mark-to-market, almeno per quanto riguarda le attività nel settore più colpito dalla crisi e quindi meno liquido: quello dei mutui".
Le conseguenze di ciò? Senza il "mark to market", "(...) le imprese possono ingannare gli investitori. Ma in questo momento il suo effetto è più negativo che positivo".
Avevamo già parlato di tale proposta, in realtà non nuova (vedi qui). All'epoca, non avevo nascosto la mia contrarietà all'ipotesi.
Oggi, la situazione è cambiata (in peggio): è sufficiente per cambiare iddea sull'argomento? Tra le righe, anche lo stessoe Zingales si rende conto della "pericolosità" della proposta.
A proposito, per i non addetti ai lavori, vediamo un attimo, attingendo proprio al glossario de "Il Sole 24 Ore", quest'ultima testata definisce il "mark to market":
"Vuol dire ‘valutare secondo il mercato'. Le attività finanziarie (ma anche quelle reali) possono essere valutate secondo il costo storico
(o costo di acquisizione), secondo una procedura detta di ‘costo corrente', che sarebbe il costo storico riportato ad oggi mediante un indice dei prezzi, o secondo il prezzo di mercato.
Nell'ottica di stabilire la ‘verità dei bilanci'i principi contabili solitamente impongono di usare il mark to market per valutare attività e passività finanziarie.
Questo principio diventa scomodo quando, come è successo nel 2007-2008 con la crisi dei mutui, il mercato per molti tipi di titoli diventa illiquido e la paura conduce a prezzi così bassi da creare massicce minusvalenze, erodendo profitti e capitale.
Le procedure di valutazione, tuttavia, lasciano qualche margine per adottare prezzi diversi"
In primo luogo, francamente non è che una procedura debba essere preferita ad un'altra in funzione della propria "comodità" o "scomodità" rispetto ad una certa situazione congiunturale, perchè altrimenti si imbocca la via più rapida per il dissesto di bilancio di interi settori.
In secondo luogo, appunto, già oggi esistono "margini di flessibilità" (gli esoterici livelli 1, 2, 3 che pure mi pare di avere in passato richiamato brevente) che, stia certo il buon Zingales, sono stati utilizzati e lo sono ancora a piene mani.
Infine, non sono proprio sicuro che senza il "mark to market" le imprese possono ingannare gli investitori. Senza nemmeno questo imperfetto presidio, sono sicuro che lo faranno!
Ed anzi, proprio l'incremento di opacità dei bilanci sarebbe l'unica "arma" per evitare le conseguenze paventate dal Zingales.
La stessa AIG ha tirato la corda al massimo, non effettuando svalutazioni che il sistema bancario aveva almeno in parte già metabolizzato, perchè continuava ad affermare che le assicurazioni hanno un orizzonte temporale diverso da quello delle banche.
Be', abbiamo visto come è andata a finire! Ma allora, siamo sicuri che, anche in questo momento, l'effetto di mantenere il mark to market sia più negativo che positivo?
Per quello che vale, il sondaggio lanciato sull'argomento dallo stesso quotidiano indica, al momento in cui scrivo, una nettissima avversione dei votanti a cambiare le regole in corsa.
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