Pensieri economici in libertĂ 

Riflessioni aperiodiche di un sedicente addetto ai lavori per non addetti ai lavori: Economia italiana, Finanza, Finanza pubblica, Telecomunicazioni

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venerdì, 31 ottobre 2008

Reti aperte

Non sono uno di quelli che "le reti sono tutte uguali". Si tratta di una approssimazione a scopo didattico che, nella realtà, va declinata con mille sfaccettature diverse a seconda dei settori di attività.
Ma sono abbastanza convinto di una cosa: nel settore delle telecomunicazioni, l'interoperabilità e il libero accesso delle reti rimane una chiave per il successo.
Una ulteriore conferma può venire dal mercato statunitense del Wi-Max. Un mercato che, come faceva notare "Affari & Finanza" del 5.5.2008, dopo anni di "stanca" ha paradossalmente iniziato a prendere quota proprio nel momento in cui la crisi economica iniziava a farsi più acuta.
Il motivo di tale successo? "L'eliminazione del vincolo da parte dell'aggiudicatario del blocco di banda di usare tecnologie proprietario"; ovvero, l'introduzione di una clausola di "open access".
Un punto da ricordare.

Postato da: laureato91 a 12:34 | link | commenti (1)
economia, telecomunicazioni

giovedì, 30 ottobre 2008

Un po' di discriminazione a volte aiuta

La Cassa Depositi e Prestiti, gigante protetto che potrebbe andare incontro ad un nuovo periodo di fasti, dovrebbe iniziare davvero un po' a modernizzarsi.
Magari anche nelle nomine, ma questo è un altro discorso. Qui si vuole semplicemente richiamare l'attenzione sulla circostanza che, al momento, la Cassa procede, secondo "tradizione", ad erogare mutui agli enti debitori senza valutarne il merito di credito.
In "soldoni", a tutti viene applicato il medesimo tasso (agevolato) di interesse, a prescindere dal relativo rating.
Oddio, non è che il sistema dei rating si sia dimostrato validissmo; vero, ma la soluzione non è certo ignorare le differenze tra i vari prenditori di fondi.
Anzi, anche nell'ottica del federalismo che avanza, se la CdP iniziasse a fare (finalmente e per davvero) la banca introducendo differenze laddove esse sono giustificate, non potrebbe che costituire un elemento positivo per il sistema.
Si creerebbe un incentivo implicito alla virtuosità, e ciò potrebbe forse integrare le regole di un patto di stabilità interno che, nel tempo, diviene sempre più difficilmente gestibile ed origina sempre nuovi contenziosi.

Postato da: laureato91 a 10:19 | link | commenti
economia, finanza, finanza pubblica

mercoledì, 29 ottobre 2008

Questione di regolamentazione

Oggi rinvanghiamo una "notiziuola" di qualche mese fa, poco diffusa, ma importante anche alla luce degli ulteriori sviluppi dei mercati.
Il "bug" dei modelli di valutazione denunciato da Moody's lo scorso mese di maggio, che - guarda caso? - sarebbe andato nella direzione di fornire rating ben migliori di quelli "fair" per una determinata categoria di titoli, ha scosso i mercati.
Non si è trattato di crolli spettacolari, o di sospensioni delle contrattazioni a ripetizione, o di Venerdì o Lunedì neri; si è trattato di qualcosa di più sottile.
La fiducia, già scossa a causa dei modelli di business che io giudico talvolta inopportuni, è ora stata colpita anche in relazione, per così dire, ai fondamenti "teorici" dell'attività.
Tanto da farmi in qualche modo preoccupare per il futuro: gli errori compiuti in sede di applicazione di una classe di modelli, non necessariamente dimostra che la classe di modelli non sia valida. E questo va tenuto presente.
Ma tornando ai fatti, c'è ancora qualcosa da dire: non è ovviamente certo che l'esistenza di una qualsivoglia forma di supervisione finanziaria delle agenzie di rating avrebbe evitato errori così marchiani.  Di certo, però, non avrebbe contribuito ad aggravarli.
Tra l'altro, e malauguratamente, il conflitto di interessi latente (nemmeno tanto) che si è venuto a creare in seno alle agenzie di rating nutre più di qualche perplessità in merito alla loro richiesta di rimanere "regulation-free".
Ma se non sono nemmeno in grado di rispettare le raccomandazioni che, oggi come oggi, vengono blandamente prescritte da taluni organismi sovranazionali!
Allora, ben venga la proposta del CESR di creare un organismo sovranazionale che costituisca qualcosa di più di un semplice forum per discutere di principi. Ma sia chiaro che, se si vuole davvero mettere mano alle asimmetrie di un sistema che attribuisce, di fatto, un valore semi-pubblico alle agenzie di rating (v. Basilea II), questo dovrà essere solo un primo passo verso laa predisposizione di un vero e proprio sistema di regolamentazione e vigilanza specifico.
Chi sostiene altro inizia ad apparirmi, del tutto francamente, nella migliore delle ipotesi fuori della realtà.

Postato da: laureato91 a 11:38 | link | commenti

venerdì, 24 ottobre 2008

Qualcosa è cambiato....

Scrivevo queste righe alla fine dello scorso Aprile; 6 mesi fa, un mare di tempo prima degli ultimi sviluppi. Ciò non ostante, le propongo perchè mi sembrano ancora meritevoli di attenzione in un'ottica prospettica.
Mubadala Development, società di investimento e partecipazioni facente capo al governo di Abu Dhabi, ha recentemente deciso di iniziare le procedure per ottenere un rating.
Non ci sarebbe nulla di male: anzi, un po' più di trasparenza da parte di un operatore sovrano che, al momento, non fornisce neppure dati aggiornati sulle masse amministrate è sicuramente benvenuta.
C'e un problema, però; Secondo Waleed al-Mokarrab, "chief operating officer" della compagnia, la decisione di ottenere un rating sarebbe stata presa sì "per una questione di trasparenza e di disciplina", ma anche "per diminuire i costi del debito" (v. "Il Sole 24Ore" del 7.5.2008).
Francamente, si tratta di una affermazione che potrebbe anche essere considerata un po' inquietante. Vuo forse dire che il Fondo Sovrano immagina di utilizzare anche la leva del debito, oltre che le risorse affluenti dalla vendi di petrolio, per finanziare le proprie acquisizioni?
E soprattutto, il fondo di Abu Dhabi potrebbe fare da apripista per altri SWF? Se fosse così, si aprirebbe davvero un problema non da poco.
Si può infatti comprendere l'opportunità, ed a volte la necessità, di riciclare sull'estero gli enormi attivi di bilancia commerciale che caratterizzano alcuni paesi; anche così, però, una maggiore trasparenza dei fondi non basterebbe a tranquillizzare la comunità internazionale, soprattutto quando i fondi risiedano in paesi non caratterizzati da un regime democratico.
Tra parentesi, la constazione che le classifiche delle libertà personali e quelle delle libertà economiche non coincidano mi ha sempre dato da riflettere: ma questa è una questione decisamente più ampia.
Se però un operatore sovrano iniziasse a comportarsi in tutto e per tutto come un fondo di private equity, senza sottostare peraltro alle regole ed ai (forse nemmeno sufficienti) controlli che li caratterizzano, allora forse un problema si porrà.
E il "tavolo"" costituito presso l'FMI con 25 Fondi sovrani teso alla redazione di regole di comportamento non cogenti per il settore, potrebbe rivelarsi inadeguato prima ancora di iniziare davvero i propri lavori.

Postato da: laureato91 a 12:11 | link | commenti (2)
economia, finanza, finanza pubblica

giovedì, 23 ottobre 2008

2008 Fuga da Washington

Ci siamo già soffermati in passato sulla qualità media dubbia del personale del Fondo Monetario Internazionale.
Una qualità oltretutto in declino, con punte minime per quanto riguarda il personale delle delegazioni nazionali presso il fondo stesso (scelto direttamente dagli stati nazionali sulla base di selezioni sovente ben poco meritocratiche), ma con perplessità che toccano anche l'organico "vero" dell'FMI.
Del resto, non è che gli ultimi scandali abbiano contribuito a migliorare questa situazione (ma almeno hanno "messo alla pari" il Fondo con l'istituzione sorella, la Banca Mondiale).
Lo scorso Aprile, nel tentativo di tagliare una parte degli elefantiaci costi del personale (molto ben pagato), era stato avviato un programma di esodi volontari per circa 300 persone.
La sorpresa è stata che all'appello hanno risposto più del doppio dei dipendenti: la cosa viene ufficialmente spiegata in parte con la demotivazione associata all'appannata immagine dell'FMI, in parte con il calo del Dollaro che avrebbe reso le pur generose retribuzioni meno appetibile per il personale di origine non statunitense.
Nessuno però ha pensato che l'entusiasmo mostrato dai dipendenti possa derivare dalla generosità degli incentivi proposti: forse perchè - almeno che io sappia - i dettagli relativi dettagli non sonon stati resi noti?
Chissà......

Postato da: laureato91 a 17:44 | link | commenti
economia, finanza, societĂ , finanza pubblica

mercoledì, 22 ottobre 2008

To rate or not to rate

Miti, siti, tipi, riti. L'agire dell'umanità si basa non solo su sequenze logiche, ma anche su accadimenti o comportamenti a forte valenza simbolica.
E questo vale anche per gli economisti e soprattutto per gli operatori di mercato (basti semplicemente pensare alle cosiddette "soglie psicologiche" per averne un'idea).
Gli Stati Uniti sono una storica "tripla A" per quanto attiene il merito di credito. Ma non  sono una semplice "AAA" come qualsisasi altro soggetto.
Si potrebbe anzi dire che essi, in tempi moderni, hanno rappresentato "la tripla A" per eccellenza, il punto zero, il monolito a partire dal quale si misurano tutte le distanze.
E ce ne sarebbe stato abbastanza, già negli accadimenti antecedenti l'aggravarsi autunnale della crisi, non dico per declassare il rating degli Stati Uniti, ma quanto meno per metterlo seriamente sotto osservazione con implicazioni negative.
Non credo che ciò avverrà: sarebbe un avvenimento "simbolo" tale da spazzar via diverse "icone" dai mercati; ed i mercati, si sa, di icone ne hanno bisogno.
Ma basta con le disquisizioni economico-filosofiche. La notizia è che un declassamento gli USA lo hanno già incassato, e non  come un fulmine a ciel sereno, visto che è arrivato dopo un anno di "sorveglianza speciale".
Già lo scorso aprile la COFACE, il numero uno delle assicurazioni dei crediti commerciali, rivedeva la sua valutazione del Paese, portandola ad "A2".
"L'esperienza di pagamento di Coface sulle imprese americane è peggiorata a gennaio e febbraio 2008... Secondo lo scenario di COface la crescita americana risulterà debole, se non negativa [quanta attenzione a non utilizzare la "parola con la R"!] nel primo semestre 2008, ma dovrebbe leggermente migliorare nel secondo semestre" (cfr. "Il Sole 24Ore" del 17.4.08).
Non è una notizia così clamorosa e ad impatto psicologico così elevato come sarebbe stato un declassamento del rating generale da parte di Moody's o S&P, ma certo è un segno dei tempi. E, nel frattempo, ne è passata di acqua sotto i ponti...

Postato da: laureato91 a 15:59 | link | commenti (2)
economia, finanza, societĂ , finanza pubblica