Riflessioni aperiodiche di un sedicente addetto ai lavori per non addetti ai lavori: Economia italiana, Finanza, Finanza pubblica, Telecomunicazioni
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E se Tremonti avesse ragione....
... "a prescindere", e senza contestualizzare al momento storico di crisi, relativamente alla decisione di tassare i "profitti della congiuntura" di taluni settori? Da "Il Sole 24 Ore" del 27.5.2008:
"... le banche europpe godono di un tax rate più favorevole rispetto alle sorelle americane: 24,1% contro 32,2% (nel 2006).
Nei nove anni che vanno dal 1998 al 2006, se le banche europee avessero avuto lo stesso trattamento delle statunitensi, avrebbero pagato maggiori imposte per 66 miliardi".
Crisi reale, crisi virtuale
Tempo fa scrissi un post relativo agli sviluppi delle economie virtuali in spazi cibernetici come "Second Life", che registrò un certo interesse. In particolare, esaminavo i problemi legati ad uno sviluppo quasi "spontaneo" della finanza in SL, e delle possibili - sia pure molto in prospettiva - interrelazioni tra economie virtuali ed economie reali in tempo di crisi (vedi qui, ma anche qui e qui su altri aspetti delle economie virtuali affrontati nel tempo).
Di recente, Robert Bloomfield della Cornell University di Ithaca, New York, ha sottolineato che "la situazione finanziaria di Second Life non è prevedibile ... Questo non è solo un gioco ma una vera e propria piazza finanziaria cresciuta senza regolamentazioni, tra comportamenti scorretti, presunte frodi e libero mercato. Nessuno sa come potrebbe andare a finire".
E, al di là dei dissesti "puntuali" già avvenuti nel mondo virtuale, vi sono ora le prime voci di un "credit crunch" anche in SL (vedi qui), legato in qualche modo alla crisi più generale del mondo reale.
E' vero che, per il momento il "Linden dollar" ha più o meno "retto" il cambio con il dollaro, ma restano irrisolte tutte le perplessità di cui avevo già parlato in passato.
Verso l'Internet interplanetaria
Altro passo in avanti per l'internet "interplanetaria".
Si tratta di un nuovo protocollo (DTN) in grado di gestire la momentanea indisponibilità (per mancanza di allineamento, ad esempio) di taluni nodi.
Ne avevamo già parlato qui oramai quasi due anni fa: la novità del protocollo (per la cronaca, DTN è l'acronimo di Delay and disruption Tolerant Network protocol) consiste nella capacità di ciascun nodo di conservare le informazioni destinate ad un'altro, finchè la comunicazione non può avvenire con parametri soddisfacenti.
La NASA, e più in particolare il Jet Propulsory Laboratory, ha finalmente testato con successo il DTN, riuscindo a trasmettere immagini da una sonda distante circa 20 milioni di miglia dal nostro pianeta.
Piccoli sprazzi di futuro avanzano.....
Fondi pensione e pilastri bucati
Ahimè, nessun sistema è perfetto. Anche in Economia però, purtroppo si vive talvolta di "mode".
Un sistema pensionistico esclusivamente basato su pensioni pubbliche a ripartizione (e magari calcolate col metodo retributivo) è sostenibile solo nell'ambito di una economia in boom e caratterizzata da un incremento demografico marcato.
Quando queste condizioni non risultano più verificate, perchè il sistema regga è necessario affiancare, al "primo pilastro" pubblico, un "secondo pilastro", ovvero le pensioni integrative.
Guai però a confidare ciecamente, per ignoranza e/o per ragioni meramente ideologiche, nelle virtù taumaturgiche del settore privato, anch'esso caratterizzato da problemi "genetici", diversi da quelli del sistema pubblico ma non per questo irrilevanti.
Volendo deprimersi, è facile trovare nella cronanca finanziaria tutta una serie di storie dell'orrore, magari causate dalla malagestione (senza arrivare ai casi di truffa): come potrebbe il proverbiale "buon padre di famiglia" che gestisse un fondo pensione investire quote rilevanti del relativo patrimonio in azioni della stessa società per cui lavorano i dipendenti beneficiari?
Altro che diversificazione del richio.... Ma non serve arrivare a tali estremi. Il punto è che investire in un fondo integrativo vuol dire esporsi ad una dose, più o meno elevata in funzione del profilo prescelto, ma sempre maggiore di zero, di rischio.
E vuol dire esporsi a potenziali cattive sorprese se i mercati vanno male, tenuto conto che non sempre è possibile, per ragioni meramente anagrafiche, attendere il concretizzarsi del mitico "lungo periodo" nell'arco dle quale taluni strumenti rendono consonamente al rischio in essi incorporato.
Una cifra per tutte: nel 2007 il fondo pensioni della General Motors, che di problemi ne ha già non pochi sul versante industriale, ha chiuso con un buco di circa 40 miliardi di dollari.
Si tratta di una cifra notevole, circa lo 0,25% del nostro Pil (una dignitosa "manovrina").
Un buco che l'intervento prossimo venturo del governo sarà chiamato a colmare, a meno di ridurre drasticamente le prestazioni del fondo, con tutte le conseguenze sociali del caso.
Ecco, anche in campo pensionistico le facili scorciatoie ideologiche alla "o tutto bianco, o tutto nero" non pagano; ciò che paga, come di consueto, è il mantenimento di un complesso equilibrio tra le diverse opzioni.
Un equilibrio, per giunta, mutevole nel tempo. Si tratta di un lavoro difficile e senza fine, ma non è questa l'essenza stessa del governare?
E da noi? Vi segnalo un passo da "Affari e Finanza del 17 Novembre 2008:
"Il problema vero è per coloro che sono appena andati in pensione o stanno per andarci: per loro si profila un crollo del valore del montante su cui si calcola la pensione integrativa.
Tanti risparmi accumulati in una vita e taglieggiati in pochi mesi dalla crisi finanziaria. Per loro c’è un’opportunità che proprio in questi giorni ha ribadito la Covip: si possono lasciare i soldi nei fondi pensione e ritirarli nei mesi o anni successivi, magari dopo che le azioni saranno risalite.
Ma la Covip, tramite il suo presidente pro tempore Bruno Mangiatordi, ha fatto di più: ha presentato al governo una bozza di progetto di legge per far sì che lo Stato intervenga con un’integrazione straordinaria, giustificata dall’eccezionalità della situazione, per coloro che stanno andando in pensione."
A questo punto, però, c'è da chiedersi: se quando le cose vanno male (e, anche se quando si è in presenza di una caduta sistemica, vi è ben poco da fare, i gestori non si sono di certo dimostrati particolarmente brillanti) deve intervenire comunque lo Stato, perchè allora sostenere anche i costi di un sistema parzialmente privato?
Costi di struttura, costi per retribuzione (chissà in quale misura legate alle performace...), profitti per gli intermediari che vanno ad appesantire il risultato finale. Vuoi vedere che tanto varrebbe, allora, lasciar gestire tutto all'Inps!
Retribuzioni e capitalismo
Poche storie e niente moralismi: chi porta valore va pagato. Riassunto e semplificato, ecco il succo della dichiarazione - un po "rude" per la verità - di un esponente del capitalismo italiano, rilasciata a "Il Sole 24 Ore" la scorsa primavera.
E tralasciando filtri ed aggiustamenti che dovessero essere originati da sistemi di valori etico-morali (più che legittimi, fra l'altro), questo principio può anche essere logico.
Però.... C'è un "però" grande come un grattacielo, uno di quelli che spesso stanno lì a marcare quanto sia grande la differenza fra teoria e pratica.
Siamo in un mondo colluso, caratterizzato da parentele, raccomandazioni, rapporti sinallagmatici di varia natura (ivi compresi quelli di natura meno elevata).
In questo quadro, chi decide chi ha valore? Come giudicare lo scandaloso comportamento, ad sempio, della Telecom verso i propri dirigenti apicali della passata gestione (più alcuni ancora lasciati in eredità)?
Come valutare le fuoriuscite faraoniche attribuite a manager il cui unico merito è stato quello di sconquassare istituzioni e bilanci? Come mai la mozione "say on pay" non è passata nemmeno nei casi di banche che si sono viste precipitare in un baratro finanziario?
Perchè le notissime (da anni, da quando ero all'Università il millennio scorso!) problematiche legate a stock option e sistemi di incentivazione basati sul breve termine non vengono mai affrontate?
Perchè nessuno ricorda i lavori anche degli anni '70 del secolo scorso che evidenziavano l'appropriazione privata dei benefici del controllo (vedi Tronchetti Provera, ma solo per rimanere a casa nostra), o i problemi, in un quadro di proprietà diffusa, derivanti dal potere del top management (a sua volta facente parte di una casta che si scambia gli incarichi)?
Pietro Ostellino sottolineava l'assurdità e l'illiberalità della eventuale imposizione di tetti alle remunerazioni dei supermanager delle imprese private.
A parte la considerazione che, a livello teorico, allora non si spiega perchè nessuno abbia eccepito all'introduzione di tetti analoghi per i dirigenti apicali pubblici (tranne che per una diecina, chissà perchè...), ma Ostellino non si rende conto dell'illiberalità e dell'assurdità della situazione corrente "pratica"?
C'è comunque dell'altro, una questione che attiene le basi stesse del sistema capitalistico, e che era stata sottolineata da un commentatore su "Il Sole 24 Ore" (di cui, mi scuserete, al momento non ricordo il nome):
Uno dei fondamenti "morali" del capitalismo è stato quello di proporsi come il miglior strumento di mobilità sociale. Venendo meno questa sua caratteristica, o venendone meno anche la semplice percezione (e l'allargarsi delle forbici retributive lavora in questo senso, specie se è arduo ricavarne un "razionale"), allora viene meno la stessa la stessa legittimazione etica del sistema.
Il che, porterebbe ad una serie di conseguenze politico-sociali (tra cui il probabile avvento di forme di governo a forte valenza demagogica) la cui desiderabilità è comunque da dimostrare. E, forse, sarebbe interesse degli stessi capitalisti evitare che certi gap aumentino a dismisura.
Giudizi a scoppio ritardato
"Hedge fund, il giorno del giudizo"; così titolava la stampa specializzata in occasione dell'audizione presso il Congresso USA dei principali gestori della categoria tenutasi il 13.11.08.
Il settore è ora al centro delle critiche, soprattutto perchè, di fatto, è cresciuto a dismisura all'ombra di un "benign neglect" regolamentare.
Fino ad arrivare, al di là di considerazioni "filosofiche" o di merito, alle estreme conseguenze:
Intanto, il settore rimane opaco: "Noon ci sono dati", ha dichiarato seccamente Andrew Lo del MIT, aggiungendo che "quando gli hedge diventano troppo grandi per lasciarli fallire, pongono un problema per il sistema finanziario".
Eppure, c'era chi tentava - non tantissimo tempo fa - in tutti i modi di minimizzare sia la crisi, sia il ruolo degli hedge fund nella stessa. Tra questi, ahimè, il governatore della nostra Banca Centrale, Mario Draghi (vedi qui, qui e qui), che con l'occasione non ha fatto onore al proprio casato.
Ancora oggi, l'ho già rimarcato in passato, non vi sono evidenze empiriche e teoriche definitive sull'effetto dei derivati e degli hedge fund sui mercati a pronti.
L'impressione è che gli hedge fund, alla fine, amplifichino i movimenti "spontanei" dei mercati sottostanti, che pure sono ben lontani dall'ideale teorico di perfezione.
In ogni caso, l'eccessiva leva finanziaria si è dimostrata, alla fine, uno dei maggiori "driver" della crisi in atto, capace di inficiare e di minare alle basi la stabilità del sistema finanziario, sino a paralizzare l'attività bancaria.
Inutile sottolineare che la stragrande maggioranza del settore degli hedge fund è caratterizzata, oltre che da una regolamentazione di fatto inesistente dovuta in misura non certo secondaria all'attività di lobbying del settore stesso, anche da elevati valori della leva finanziaria....
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