Riflessioni aperiodiche di un sedicente addetto ai lavori per non addetti ai lavori: Economia italiana, Finanza, Finanza pubblica, Telecomunicazioni
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Singolari discordanze
In passato, i soliti commentatori ed opinionisti, forse più attenti a seguire le mode e le ideologie prevalenti che a sviluppare ragionamenti, osannavano sulla stampa il sistema di retribuzione del top management del settore privato.
Questi "peana" sono proseguiti per circa un ventennio, e ciò nonostante sulle riviste specializzate più di qualcuno facesse notare le già visibili contraddizioni, gli effetti indesiderati e le inadeguatezze di un sistema incentrato sulla retribuzione variabile (e su una pessima definizione degli obiettivi da conseguire), oltre che i paradossi da questo generati (può un manager intascare una paga annuale maggiore degli utili della società per cui lavora? E' successo anche questo...).
Oggi, di fronte ai guasti oramai sistemici provocati da certe pratiche acriticamente applicate, il "comune sentire" inizia a mutare, almeno per il momento.
"L'abitudine peggiore è dare un salario base basso e forti bonus". Queste parole sono state pronunziate da Lord Adair Turner, presidente della britannica FSA (v. Il Sole 24 Ore del 28.11.08).
I bonus, aggiunge il Turner, dovrebbero quanto meno essere distribuiti non in contanti, ma in azioni e in modo differito, per evitare pratiche distruttive di concentrazione sui profitti di breve termine (micidiale, ad esempio, può rivelarsi l'utilizzo del ROI per le politiche di investimento - e dunque per il futuro - di una azienda).
In ogni caso, aggiunge sempre Turnere, è preferibile l'erogazione di salri di base più elevati.
Cosa succede invece in Italia? Settore pubblico e settore privato, francamente, non sono assimilabili. Si possono trovare complementarità e similitudini, ma, anche qui, l'accettazione acritica e non motivata di mode può portare a disastri di notevole rilevanza.
Si insiste, negli ultimi tempi, ad invocare una maggiore incidenza del salario variabile, senza pensare troppo alle conseguenze. I problemi qui son diversi, ovviamente.
Innanzitutto il livello totale delle retribuzioni, ben inferiore, soprattutto per quello che riguarda la dirigenza pubblica, rispetto al settore privato; poi, c'è l'eterno problema, forte soprattutto in Italia, della gestione del rapporto tra politica ed Amministrazione; infine, le conseguenze forse inintenzionali, ma sicuramente non positive, che taluni interventi normativi hanno portato negli ultimi anni.
In ogni caso, è singolare constatare come, nello stesso momento storico, si possano sostenere "tesi retributive" diametralmente opposte.
Di chi è la colpa?
Forse noi esseri umani non siamo poi così intelligenti. O forse andiamo a fasi alterne.
Sta di fatto che, francamente, poco di quello che sta accadendo mi sorprende davvero (salvo forse che l'ex capo di AIG ha almeno rinunziato - unico, al momento - all'ultima liquidazione di oltre 20 milioni di dollari che avrebbe "premiato" la virtuale bancarotta della società).
E ora tutti a chiedersi: come è potuto succedere tutto cio? Di chi è la colpa? Oppure a dire: faremo pulizia, ma poi queste cose non succederanno più.
E invece ecco che, grazie alle solite voci (che con i liberisti ed i liberali hanno talvolta poco a che vedere, mentre hanno molto più a che vedere con le varie lobby), le incoerenze continuano.
Da un lato bisogna salvare il mercato con soldi pubblici; dall'altro, bisogna salvare le megaretribuzioni perchè "fissate dal Mercato", come qualcuno ha detto (?); un mercato che in tutta onestà, con la M maiuscola o con quella minuscola, al momento non pare avere grandi e geniali idee.
Dopo aver fatto la frittata, le banche d'investimento rimaste si trasformano in banche ordinarie (tralasciamo i potenziali conflitti di interesse spaventosi di chi - e non solo Paulson - decide chi salvare, chi no e con quali modalità usando fondi pubblici), certo.
Ma non pare che molti percepiscano la necessità di reintrodurre qualche forma di separazione tra attività di investimento e attività bancaria in questi nuovi organismi "universali".
O si vogliono già gettare i semi per la prossima crisi? Già, perchè fu proprio questo tipo di "universalità" a costituire uno degli elementi principali della crisi del 1929.
Tant'è che il Glass-Steagall Act del 1933 (che introdusse anche una forma di assicurazione dei depositi) venne varato anche per mettere fine ad un modello che aveva mostrato la propria inadeguatezza e la propria capacità di generare - ancora la parola magica - conflitti di interesse senza fine.
Ma oggi il Glass-Steagall Act non esiste più. Esiste invece il Gramm-Leach-Billey Act, che lo ha abrogato nel 1999 (e che originò il cosidetto sistema di controlli "Fed light", come se la vigilanza fosse una bibita dietetica).
Visto che le banche di investimento hanno dimostrato sul campo di non riuscire a sopravvivere da sole e di contribuire ad alimentare sofferenze sistemiche di proporzioni globali, cosa si intende fare ora?
Certo, non si può tornare tout-court ad una normativa di 75 anni fa. Ma, oltre a discutere di salvataggi a spese di Pantalone, forse occorrerebbe iniziare a ragionare anche sulle regole.
E sulle limitazioni che, negli anni, sono state poste ai poteri di vigilanza non solo negli Stati Uniti.
Piccolo esempio anche in Italia. Una volta le emissioni obbligazionarie erano strettamente vigilate (citando a memoria e sperando di non sbagliare, mi pare che il sistema si fondasse sugli articoli 2, 44 e 45 della Legge Bancaria del 1936).
Il sistema era completato da una "norma di chiusura" inserita dopo la non esaltante stagione dei c.d. "titoli atipici" (che tempi... chi non ricorda Zuanin, le X-lab, i certificati di associazione in partecipazione su allevamenti di lombrichi rossi credo della Lombricus Rubellus, le montagne russe della Spatz-Suardi....) con l'art. 11 della L.77/83.
C'era anche un controllo sulle emissioni azionarie (art. 21 L.281/81). Certo, altri tempi. Ma forse il TUB del 1993 fu un po' troppo radicale a spazzare via tutto, lasciando solo un più blando potere di supervisione, tecnicamente forse nemmeno propriamente di vigilanza, racchiuso nel famoso "articolo 129".
Certo, il sistema aveva i suoi problemi. Ma forse proprio perchè i poteri di vigilanza erano stati trasformati (e ridotti) un po' troppo. Che soluzione è stata trovata? Abbbiamo abrogato anche l'art. 129!
Credo che oggi, se si ripetesse una situazione simile a quella del famoso aumento di capitale di Sindona bloccato dal Tesoro, ci sarebbero molte possibilità che quell'aumento non possa essere fermato......
Bah
Mi sono trovato a rileggere talune "esternazioni", risalenti allo scorso mese di agosto, di un importante manager italiano, colto in passato a pagar tangenti per assicurarsi appalti.
In sostanza, il noto manager dichiarava che il posto fisso frena la crescita. Bisogna invece scrollarsi di dosso la cultura del posto sicuro e della tutela ad ogni costo.
Sarà; di certo, eccessi di tutela esistono, e questo è inutile nasconderselo.
Di certo, però, un tale ragionamento, quando "esternato" da una persona con taluni precedenti non appropriati, perde parecchio di efficacia e di credibilità....
La Ca..a Depositi e Prestiti
In tutta franchezza, non ritengo che il management e i vertici della Cassa depositi e prestiti si siano negli ultimi distinti per una particolare competenza o brillantezza.
L'attività ordinaria è così protetta che sarebbe ben difficile registrare risultati negativi. le attività a latere (vedi l'ingloriosa, inutile e costosa ISPA, o l'ancora poco attivo F2i) non degne di nota, o degne solo di nota negativa.
In più, mi è capitato di conoscere personalmente funzionari di grado elevato della Cassa stessa e, fermo restando che non si tratta di incompetenti, non mi è parso che i relativi risultati e le relative preparazioni giustificassero nè lo spazio mediatico loro asseegnato, nè tanto meno le retribuzioni di cui godono.
Ancora, le modalità di nomina di alcuni di questi funzionari hanno lasciato decisamente a desiderare. Ma tant'è......
Però, da questo a parlare di "Cacca Depositi e Prestiti" (cfr. Affari & Finanza del 23.2.2009, pag. 19, in basso a sinistra) ce ne corre! :-)
Facili difficoltà
A volte è davvero complesso comprendere taluni meccanismi dell'economia. Talvolta, invece, lo è molto di meno; anzi, a ben vedere, una dose di buon senso neppure eccessiva può far compèrendere molte cose.
Da "Il Sole 24 Ore" del 18.2.2009, che riportava le valutazioni di Vadim Karasev, direttore dell'Istituto di strategie globali, in merito alla difficile situazione ucraina:
"Si facevano prestiti anche per acquistare un telefonino. Tutti volevano stare come in Germania, con la differenza che lì la produzione funziona".
Cosa aggiungere ad una affermazione così completa nella propria semplicità? Semplicemente che dai governi ci si dovrebbe aspettare qualcosa in più che dalla gente comune.
Invece, nel caso di specie, non si sono creati fondi di riserva, ma si sono anzi fatte inopportune politiche procicliche che hanno danneggiato in ultima analisi l'economia e dilapidato risorse che oggi tornerebbero davvero utili.
Morta la banca, viva la banca
"E' la banca retail il modello vincente dopo il terremoto"; così molti commentatori la pensano, e sono nel giusto, non per altro per abbandono della competizione (per manifesta inferiorità?) da parte dell'altro contendente: le banche di investimento.
Di certo, stiamo andando verso un mondo più basato sulla "vecchia" attività bancaria, caratterizzata da presenza sul territorio, raccolta più tradizionale, magari un Roe un po' meno elevato.
Ma in prospettiva? Eventi come,ad esempio, l'assorbimento di ML da parte di Bofa, che conseguenze avranno nel lungo termine?
Be', secondo il vostro laureato91 bisognerà riflettere un attimo sui grandi assi portanti della regolamentazione. Per evitare gli eccessi ed i problemi che anno caratterizzato altre fasi della storia economica, specie statunitense, bisognerà essere cauti.
E pensare, ad esempio, per quali motivazioni un mondo bancario come quello che si va profilando possa svilupparsi senza un novello Glass-Steagall Act.
Oltre a pensare, sempre ad esempio, se sia possibile - una volta "cadute" le banche di investimento - lasciare affianco ad un settore bancario più o meno regolamentato una congerie di intermediari finanziari non bancari che regolamentatri lo sono senz'altro di meno.
Tutto ciò bisognerà pensarlo in fretta, prima ancora che la fase acuta dell'emergenza sia terminata.
L'esperienza (quella che deriva dallo studio della Storia economica, non la mia personale) mi pare insegni che certi problemi vanno affrontati per tempo....
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