Riflessioni aperiodiche di un sedicente addetto ai lavori per non addetti ai lavori: Economia italiana, Finanza, Finanza pubblica, Telecomunicazioni
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Interessi in conflitto, conflitti di interesse
Il caso Madoff, di cui adesso (avete notato?) si parla oramai pochissimo, ha scosso il mondo della finanza, ed ha anche richiamato alla memoria del grande pubblico il nome di Ponzi.
Si tratta di un nome, ahimè dalle italiche origini, che in finanza è associato alla costruzione di posizioni in buona sostanza truffaldine, non in grado di rimborsare nel lungo termine nè il capitale invstito nè tanto meno gli interessi promessi.
E come mai nessuno dei superpagati ed incensati gestori di patrimoni che investivano nei fondi del bancarottiere statunitense si sono mai accorti di nulla?
Come mai nessuno ha avuto da eccepire sulla abnorme attività "fuori borsa" in derivati (che infatti era fittizia)?
Forse a causa di un piccolissimo, insignificante conflitto di interessi. A quanto pare, i fondi di Madoff retrocedevano, a chi procacciava sottoscizioni, laute comissioni (si è parlato, sulla stampa, anche del 4%).
Peccato che chi procacciava le sottoscrizioni fosse già pagato - e non poco - dai propri clienti-investitori, nell'interesse dei quali avrebbe dovuto - almeno in teoria - selezionare gli investimenti.
Come si sa, a pensar male si commette peccato, ma generalmente non si sbaglia. E, in questo caso, pensare un po' male riesce sin troppo semplice. Sicuramente siamo di fronte ad un problema di regole. Ma il tutto non si esaurisce qui, e fa parte di un sistema dove oltre alle regole va verificato l'"enforcement" delle stesse e, "last but not least", la qualità e la professionalità delle persone. E su questi ultimi punti, malauguratamente, la situazione non è certo migliore.....
People don't care about figures
Avevamo già parlato di questa interessante affermazione di "Terminator" Schwarzenegger, ex attore tutto muscoli ma anche con una certa verve, poi (felice, si suppone) sposo di una multimiliardaria, infine governatore della California.
Il titolo si riferisce alla risposta che l'allora aspirante governatore diede ad un petulante giornalista, che gli chiedeva come fosse possibile non aumentare le tasse, ridurre il deficit e non ridurre (anzi, implementare) i servizi.
Va detto che una parte di ragione il simpatico ex attore la ha: la gente lo votò in massa (grazie anche all'appoggio della famiglia della sposa e del partito) senza stare a fare tanti calcoli.
Il risultato è che la California, già colpita anche in periodo di vacche grasse da taluni contrattempi, è ora ridotta alle corde, ed ha già dovuto far ricorso ad un prestito federeale per evitare di non poter garantire servizi secondari come l'istruzione e la sicurezza.
E ora? Ecco che Schwarzenegger "casualmente" apre un dibattito sulla legalizzazione della marijuana. Oddio, non proprio sulla legalizzazione, bensì sul binomio legalizzazione/tassazione.
Sarà un caso?
Curiose coincidenze
Non è la prima volta, e mi pare di averlo già fatto presente anche in questo blog, che ci vi scrive manifesta una certa perplessità in relazione a talunii rapporti stilati da Nomisma sul mercato immobiliare in Italia.
Oddio, si tratta solo ed esclusivamente di sensazioni, sia chiaro. Epperò mi pare di intravvedere spesso una eccessiva inclinazione, quasi frutto di un malcelato desiderio, a dichiarare che il mercato delle case in Italia va bene o, quando proprio non è possibile essere così ottimisti, va comunque meglio che altrove.
La sensazione si è ripetuta oggi, 15 Giugno 2009, leggendo su Affari&Finanza, a pag. 14, il Focus - firmato, per l'appunto da Nomisma - dal titolo: "Famiglie non si è fermata la voglia di casa", con particolare riferimento alla "voglia" di acquisto nei prossimi due anni.
Sarà: la sensazione è un po' diversa. Ma non è questo il punto.
Curiosamente, la "spalla" della medesima pagina, a firma di Giampaolo Fabris, titola: "Va in soffittà la proprietà: gli italiani scoprono che affittare è bello", "a cominciare dalla casa di proprietà," come precisa il testo.
Testo che continua unequivocabilmente: "Che senso ha ... in una società largamente precaria e nomade, doversi indebitare per decenni [visto lo stratosferico rapporto tra prezzi medi e redditi annui medi ormai raggiunto], limitarsi per qualsiasi altra spesa senza inoltre potere pianificare il proprio futuro?"
Opinioni così diverse, in uno spazio così ristretto: il dibattito economico è bello anche per questo!
Indici, medie & co.
Col nuovo accordo sul costo del lavoro e con la triennalizzazione della parte economica, debutta anche il nuovo indice di riferimento per l'aggiornamento delle retribuzioni.
E iniziano subito, anche date le oggettive difficoltà pratiche di applicazione, i primi dubbi.
Ad esempio, perchè il lavoro pubblico viene sistematicamente penalizzato? Infatti, gli eventuali scostamenti tra l'inflazione calcolata e quella effettiva verranno - sempre eventalmente - recuperati senza arretrati solo al termine del triennio di riferimento, laddove per il settore privato il recupero è possibile anche in corso di triennio.
Tra l'altro, secondo una interpretazione che non mi sento di smentire con sufficienza, il nuovo indicatore per i rinnovi contrattuali si applicherebbe "per intero" al settore privato, ma al pubblico impiego si applicherebbe invece solo sulle voci stipendiali, escludendo il salario accessorio, e determinando una perdita secca nei rinnovi.
Necessità di cassa per lo Stato, che di fatto risparmia sistematicamente ad ogni fiammata inflazionistica non prevista? Può essere, ma allora - vista la difficile giustificazione a livello teorico di tale differenza nelle modalità di recupero - sarebbe meglio esplicitarlo, di fronte ai pubblici dipendenti e rendendolo noto all'intera opinione pubblica.
Ma veniamo all'indice di riferimento per l'inflazione. Di certo, si è fatto un passo avanti rispetto al precedente regime di calcolo, che aveva come riferimento da un lato l'inflazione prgrammata - concetto "politico" più che indice, la cui gestione ne ha svilito, negli anni, il valore - e dall'altro un non specificatissimo andamento dei prezzi al netto dell'inflazione importata.
Ora il tutto si fapiù definito, e l'indice di riferimento diviene l'indice dei prezzi al consumo armonizzato (Ipca, dove l'armonizzato si riferisce alle modalità di calcolo rese omogenee in sede europea per gli stati membri), mentre il calcolo viene affidato ad un istituto come l'Isae che, pur non scevro di interferenze politiche, è comunque un ente terzo.
I punti però, alla fine, restano sempre gli stessi. In primo luogo, L'indice andrà, come accennato, depurato dall'andamento dei beni energetici importati. Il che significa che, qualora l'euro si apprezzi e/o il prezzo delle materie prime energetiche diminuisca, bisognerà riconoscere un aumento dei salari superiore al tasso di inflazione medio.
Se così non sarà, l'accordo funzionerà male come quello che lo ha preceduto, in cui l'asimmetria di base che ne ha caratterizzato l'applicazione pratica (addebito ai salari dell'inflazione importata, senza il conseguenziale accredito della disinflazione importata, una parte della quale era vanificata dal comportamento non virtuoso di professionisti e produttori di beni e servizi) ha causato diversi guasti che sono cresciuti nel tempo.
Quali? Nella migliore delle ipotesi il crescere di tensioni che sono sfociate su politiche di avanzamento non adeguate; più in generale, una riduzione della quota dei salari sulla "torta" del Pil, in parte responsabile della fiacchezza dei consumi interni, aggravata dall'andamento dei prezzi dei beni patrimoniali.
In secondo luogo, la base di calcolo alla quale verrà applicato l'"Ipca" sarà "un valore retributivo medio assunto come base di computo composto dai minimi tabellari, dal valore degli aumenti periodici di anzianità e dalle indennità fisse contrattuali" (cfr. "Il Sole 24 Ore" del 29.5.09).
Ciò, al di là delle difficoltà applicative, non copre, ovviamente (ma, va detto, in accordo con lo spirito dell'accordo) l'intera retribuzione, ed introduce una nuova disparità relativamente, ad esempio, al comparto dei "ministeriali", che non godono di alcuno scatto di anzianità (coperto dall'inflazione) e che cercano di recuperare tale gap a valere su altre indennità (non coperte).
Alla fine, per valutare nel concreto l'applicazione delle nuove norme, bisognerà attendere almeno un paio di trienni.
Se un milione vi sembran pochi
Come noto, negli Stati Uniti è possibile la c.d. "bancarotta personale", assimilabile in qualche modo al "fallimento" di un privato che non riveste la qualifica di imprenditore.
Ebbene, sembra che, nel 2008, ogni 304 abitanti negli Stati Uniti vi è stata una persona che ha fatto ricorso al "Chapter 7", (ovvero alla procedura di bancarotta personale) .
Il che significa che il numero dei "bancarottieri" ha superato, sia pur di poco (per fortuna!), la soglia del milione.
Io non so quanto durerà la crisi attuale "in senso tecnico"; so però che gli effetti dell'eccesso di indebitamento tollerati almeno negli ultimi dieci anni verranno riassorbiti molto lentamente....
Bilanci sbilanciati
Leggere un bilancio non è una operazione banale. Anzi, chi si accinge all'impresa deve armarsi di pazienza e buon senso, ed essere in possesso di un buon bagaglio professionale.
Ciò discende non tanto (o almeno non solo!) da normative stratificantesi nel tempo e di difficile interpretazione o dalla volontà di celare scomode verità, quanto dal dato oggettivo che la realtà da rappresentare è sempre stata complessa, e lo diventa ogni giorno di più.
E' come tentare di riassumere un film in una fotografia: posso anche scegliere il fotogramma migliore o maggiormante significativo, ma chi lo vede avrà una esperienza diversa rispetto all'osservazione del film stesso.
Il problema è che, nel prossimo futuro, i bilanci, ed in particolar modo quelli degli intermediari finanziari, saranno sempre meno leggibili. La modifica recentemente apportata al cosiddetto "Ias 39" non semplifica le cose.
In estrema sintesi, dopo la modifica le banche possono contabilizzare una serie di titoli posseduti in portafoglio non al valore di mercato (talvolta, va detto, difficile da determinare nell'attuale congiuntura), ma al costo storico.
La conseguenza? Secondo "Il Sole 24 Ore" del 12.12.08, gli istituti di credito facenti parte del "Top Banche" hanno potuto evitare "di contabilizzare a conto economico circa 1,2 miliardi di minusvalenze che avrebbero determinato un aumento del 30% delle perdite su credutu ed un calo del 6,4% del risultato corrente".
Si tratta di differenze non da poco, in grado di "inquinare" qualsiasi analisi statistico-econometrica. Siamo proprio sicuri che tutto ciò, nel medio termine, aumenterà il grado di fiducia nel sistema?
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