Pensieri economici in libertĂ 

Riflessioni aperiodiche di un sedicente addetto ai lavori per non addetti ai lavori: Economia italiana, Finanza, Finanza pubblica, Telecomunicazioni

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venerdì, 13 novembre 2009

Al "lupo"

Di questi tempi, molti deridono qualsiasi commentatore che metta in guardia contro un rischio inflazione non immediato, ma nemmeno facente parte di un imprecisato lontano futuro.
Sarà forse un caso, ma chi mi segue sa che dal anni prima dello sgonfiamento della bolla criticavo, a causa delle crescenti dosi di instabilità che immetteva nella finanza (via distorsioni dell'attività doviute ad eccesso di denaro "facile") e direttamente nell'economia (via disallineamento dei valori dei bei patrimoniali - azioni e case in primo luogo - non più correlati all'andamento dei redditi).
Personalmente, ritengo che soprattutto nel triennio 2003-2005 la politica monetaria statunitense sia stata decisamente inappropriata. Ma San Greenspan era mell'empireo dell'immaginario collettivo degli economisti, e guai a criticarlo!
Devo dire che, in un mondo che parla tanto di meritocrazia, non ho visto non tanto grandi punizioni, quanto grandi allontanamenti: i gruppi di riferimento sono sempre gli stessi e spesso lo sono sanche le persone: il che, per inciso, non è una grande garanzia per il futuro.
Ad ogni modo, volevo far mie alcune parole di Martin Wolf, apparse su "Il Sole 24 Ore" nella prima decade di maggio.
In particolare, viene richiamato un passo significativo di un rapporto della britannica Smithers & Co. (Inflation, neither inevitable nor helpful) in cui, al di là delle conclusioni, si afferma senza mezzi termini che "consentendo le bolle speculative le Banche centrali hanno perso il controllo delle loro economie, facendo aumentare sia il rischio di inflazione che quello di deflazione".
Certo, negli ultimi anni sono intervenuti tanti altri fattori a modificare il "potere" delle banche centali e l'effettività della relativa azione. Ma è come dire che se sono in discesa ed ho i freni rotti, tentare di frenare comunque o mettere l'acceleratore a tavoletta sono due strategie equivalenti negli effetti.
Di qui, una semplice considerazione di Wolf: "Quando i prezzi nominali delle attività e i titoli di credito ad esse associati perdono il contatto con i redditi nominali ed i prezzi di beni e servizi, è probabile che succeda una di queste due cose:
o i prezzi [di attività e di titoli di credito] crollano, col rischio di fallimenti di massa, depressione e deflazione;
oppure i prezzi dei beni e servizi salgono fino ad un livello coerente con i prezzi delle attività, ed in questo caso c'è inflazione."
Ecco, semplificando tantissimo, i termini della questione; con una postilla ulteriore: quando i governi diventano grandi debitori, la "tentazione" di inserire moderate (nelle intenzioni) dosi di inflazione per erodere il valore reale del debito e migliorarne il rapporto con il Pil non può che affacciarsi.
Sempre Wolf chiude il suo intervendo affermando che "l'approccio della Fed improntato alla gestione del rischio, che ha finito col dare una risposta eccessivamente asimmetrica .... verosimilmente finirà in disgrazia".
Può essere, e staremo a vedere. Sulla asimmetricità delle risposte della Fed persino io stesso ho "postato" interventi specifici.
Certo è che una delle motivazioni nel mancato intervento per placare la pur conclamata ""esuberanza irrazionale" era che, per dirla con le parole di Frederic Mishkin, pure citato da Wolf, "è estremamente presuntuoso pensare che i funzionari pubblici, anche se sono banchieri centrali, ne sappiano di più dei mercati privati su quali dovrebbero essere i prezzi delle attività".
Peccato che si tratti di quegli stessi mercati che valutavano una azione Tiscali 1.000 Euro (100 Euro prima del raggruppamento uno a 10), che davano credito a Frredomland, che hanno consentito una lievitazione enorme del prezzo medio delle case rispetto ai redditi medi, che hanno confezionato e malvalutato ammontari colossali di titoli strutturati, che hanno mal valutato se stessi e via dicendo....
Con questo non bisogna certo concludere che i mercati siano il male assoluto e la mano pubblica sia il bene assoluto; però, qualche scusa pubblica da parte di chi abbracciava le posizioni di Mishkin sarebbe oltremodo appropriata, tanto per ricordare che i deliri di onnipotenza possono manifestarsi ovunque, specie se aiutati da qualche evidente dose di malafede interessata.

Postato da: laureato91 a 14:25 | link | commenti
economia, finanza, societĂ , finanza pubblica

martedì, 10 novembre 2009

Brevi di buon senso

L'autore dell'affermazione che segue è un senatore americano, per giunta di parte repubblicana (quanto basta per metterlo al riparo da frettolosi giudizi di statalismo), Lindsey Graham.
Il politico, nel dichiarare la propria non contrarietà ad eventuali nazionalizzazioni, anche parziali, di istituti bancari, ha precisato:
"non ha importanza come la si chiama, ma non possiamo continuare a mettere denaro pubblico in banche moribonde, senza neanche poterle controllare" (cfr. il "Sole" del 20.2.09).
Una affermazione semplice e quasi "rozza", ma non rigettabile immediatamente come manifestamente infondata.

 

Postato da: laureato91 a 13:46 | link | commenti
economia, finanza, societĂ , finanza pubblica

venerdì, 06 novembre 2009

Conoscere per deliberare - segue

Siamo tutti esseri umani, e dunque sbagliamo. Però non bisogna esagerare.
Anche perchè, se si esagera, può anche venire qualche dubbio sull'intenzionalità dell'errore. Ma forse sono cattivo.
Il 12 Ottobre, sulla prima pagina di "Corriere Economia", apparivano talune affermazioni relative alle aste BOT:
"Le commissioni sono stabilite per legge. Purtroppo risalgono al 1996, quando i tassi erano al 6%. Non all'1%".
Ne abbiamo già parlato. Innanzi tutto, le commissioni non sono stabilite per legge, ma con Decreto del Ministro dell'Economia, che potrebbe variarle senza innescare un lento procedimento legislativo.
In secondo luogo, si tratta - e lo ribadiamo - di commissioni massime, che le banche sono liberissime di ribassare.
Tant'è che talune banche più "illuminate", in occasione della penultima asta di buoni trimestrali, lo hanno fatto, "accontentandosi" dello 0,05%.
Che - diciamolo - per "gestire" una scrittura contabile è più che sufficiente.
Una testata come il "Corriere Economia" ed i suoi giornalisti dovrebbero quanto meno fare un po' di attenzioni alle affermazioni rilasciate in prima pagina.......

Postato da: laureato91 a 10:24 | link | commenti (2)
economia, finanza, societĂ 

mercoledì, 04 novembre 2009

L'erba del vicino

Come si sa, l'erba del vicino è sempre la più verde.
E sarà probabilmente per questo motivo che, come sottolineato dal procuratore nazionale antimafia Piero Grasso (cfr. "Il Sole" del 2.4.09) ci sono ben 320 filiali o agenzie di banche italiane nei paradisi fiscali.
E' un fatto che "lascia perplesso" lo stesso procuratore, il quale continua affermando che "quando ci si chiede il motivo della loro presenza, le banche italiane rispondono che è per ragioni amministrative" (!)
Su questo punto, il procuratore ha parlato in maniera decisa: "Non so quali possano essere le ragioni amministrative, probabilmente sono ragioni di evasione fiscale o altre". E, purtroppo, tra le altre è probabile che vi siano ragioni ancora più incofessabili.
"E quest'è", come diceva lo scalcinato poeta in un famoso film di Luciano De Crescenzo.

Postato da: laureato91 a 14:02 | link | commenti
economia, finanza, societĂ 

giovedì, 29 ottobre 2009

Brunetta e Mazzarino

Non vorrei fare facili battute, ma l'occasione è troppo "gustosa"
Dal "Breviario dei Politici secondo il Cardinale Mazzarino", lettura, tra l'altro, cara al Ministro Tremonti, nella sezione "Conosci ben gli altri", pag. 19 della I edizione Rizzoli-Bur, 1989:
"Guardati da quei di bassa statura: perchè son pertinaci, e boriosi"!

Postato da: laureato91 a 13:32 | link | commenti (1)
economia

martedì, 27 ottobre 2009

Contraddizioni ed omissioni

Ogni tanto, come sapete, faccio un piccolo tuffo nel passato prossimo per recuperare qualche documento interessante.
Stephen Roach, economista americano abbastanza noto ed attualmente presidente di Morgan Stanley Asia, ha rilasciato un'intervista ad "Affari & Finanza" del 2.2.2009.
In questa, riconosce, finalmente senza mezzi termini (anche se un po' fuori tempo massimo) le responsabilità della politica montetaria americana e del  Greenspan-pensiero.
Diviene però molto più reticente sull'effettivo vantaggio di aver "globalizzato" l'attività finanziaria con le modalità degli ultimi anni, glissando sulla circostanza che tale globalizzazione è stata consentita in misura non ridotta proprio da quella politica monetaria e da quell'impostazione ideologica da cui il Roach sembra (ora) volersi distanziare.
La reticenza tocca però il massimo quando gli si pone una domanda molto semplice:
"Se la dimensione non è il problema, può esserlo l'aver messo insieme le attività di banca commerciale e quelle di banca di investimento che, in passato, con qualche saggezza, erano state separate?"
La risposta, disarmante, è stata: "Io lavoro per una grande banca e non commento su questo".
Per carità, tutti abbiamo famiglia. Anche Stephen Roach. Ma una tale risposta la dice lunga sull'indipendenza di giudizio che taluni "grandi" economisti possono incorporare nei loro giudizi e nelle loro previsioni....

Postato da: laureato91 a 09:40 | link | commenti
economia, finanza, societĂ