Riflessioni aperiodiche di un sedicente addetto ai lavori per non addetti ai lavori: Economia italiana, Finanza, Finanza pubblica, Telecomunicazioni
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Al "lupo"
Di questi tempi, molti deridono qualsiasi commentatore che metta in guardia contro un rischio inflazione non immediato, ma nemmeno facente parte di un imprecisato lontano futuro.
Sarà forse un caso, ma chi mi segue sa che dal anni prima dello sgonfiamento della bolla criticavo, a causa delle crescenti dosi di instabilità che immetteva nella finanza (via distorsioni dell'attività doviute ad eccesso di denaro "facile") e direttamente nell'economia (via disallineamento dei valori dei bei patrimoniali - azioni e case in primo luogo - non più correlati all'andamento dei redditi).
Personalmente, ritengo che soprattutto nel triennio 2003-2005 la politica monetaria statunitense sia stata decisamente inappropriata. Ma San Greenspan era mell'empireo dell'immaginario collettivo degli economisti, e guai a criticarlo!
Devo dire che, in un mondo che parla tanto di meritocrazia, non ho visto non tanto grandi punizioni, quanto grandi allontanamenti: i gruppi di riferimento sono sempre gli stessi e spesso lo sono sanche le persone: il che, per inciso, non è una grande garanzia per il futuro.
Ad ogni modo, volevo far mie alcune parole di Martin Wolf, apparse su "Il Sole 24 Ore" nella prima decade di maggio.
In particolare, viene richiamato un passo significativo di un rapporto della britannica Smithers & Co. (Inflation, neither inevitable nor helpful) in cui, al di là delle conclusioni, si afferma senza mezzi termini che "consentendo le bolle speculative le Banche centrali hanno perso il controllo delle loro economie, facendo aumentare sia il rischio di inflazione che quello di deflazione".
Certo, negli ultimi anni sono intervenuti tanti altri fattori a modificare il "potere" delle banche centali e l'effettività della relativa azione. Ma è come dire che se sono in discesa ed ho i freni rotti, tentare di frenare comunque o mettere l'acceleratore a tavoletta sono due strategie equivalenti negli effetti.
Di qui, una semplice considerazione di Wolf: "Quando i prezzi nominali delle attività e i titoli di credito ad esse associati perdono il contatto con i redditi nominali ed i prezzi di beni e servizi, è probabile che succeda una di queste due cose:
o i prezzi [di attività e di titoli di credito] crollano, col rischio di fallimenti di massa, depressione e deflazione;
oppure i prezzi dei beni e servizi salgono fino ad un livello coerente con i prezzi delle attività, ed in questo caso c'è inflazione."
Ecco, semplificando tantissimo, i termini della questione; con una postilla ulteriore: quando i governi diventano grandi debitori, la "tentazione" di inserire moderate (nelle intenzioni) dosi di inflazione per erodere il valore reale del debito e migliorarne il rapporto con il Pil non può che affacciarsi.
Sempre Wolf chiude il suo intervendo affermando che "l'approccio della Fed improntato alla gestione del rischio, che ha finito col dare una risposta eccessivamente asimmetrica .... verosimilmente finirà in disgrazia".
Può essere, e staremo a vedere. Sulla asimmetricità delle risposte della Fed persino io stesso ho "postato" interventi specifici.
Certo è che una delle motivazioni nel mancato intervento per placare la pur conclamata ""esuberanza irrazionale" era che, per dirla con le parole di Frederic Mishkin, pure citato da Wolf, "è estremamente presuntuoso pensare che i funzionari pubblici, anche se sono banchieri centrali, ne sappiano di più dei mercati privati su quali dovrebbero essere i prezzi delle attività".
Peccato che si tratti di quegli stessi mercati che valutavano una azione Tiscali 1.000 Euro (100 Euro prima del raggruppamento uno a 10), che davano credito a Frredomland, che hanno consentito una lievitazione enorme del prezzo medio delle case rispetto ai redditi medi, che hanno confezionato e malvalutato ammontari colossali di titoli strutturati, che hanno mal valutato se stessi e via dicendo....
Con questo non bisogna certo concludere che i mercati siano il male assoluto e la mano pubblica sia il bene assoluto; però, qualche scusa pubblica da parte di chi abbracciava le posizioni di Mishkin sarebbe oltremodo appropriata, tanto per ricordare che i deliri di onnipotenza possono manifestarsi ovunque, specie se aiutati da qualche evidente dose di malafede interessata.
Brevi di buon senso
L'autore dell'affermazione che segue è un senatore americano, per giunta di parte repubblicana (quanto basta per metterlo al riparo da frettolosi giudizi di statalismo), Lindsey Graham.
Il politico, nel dichiarare la propria non contrarietà ad eventuali nazionalizzazioni, anche parziali, di istituti bancari, ha precisato:
"non ha importanza come la si chiama, ma non possiamo continuare a mettere denaro pubblico in banche moribonde, senza neanche poterle controllare" (cfr. il "Sole" del 20.2.09).
Una affermazione semplice e quasi "rozza", ma non rigettabile immediatamente come manifestamente infondata.
Crisi e natura umana
In Francia, tra il secondo trimestre 2007 ed il secondo trimestre 2008, è stato a suo tempo rilevato un aumento di ben il 34,5% degli straordinari lavorati nelle imprese (cfr. Il Sole 24 Ore del 19.3.09).
Singolare, quanto meno perchè i dati fanno riferimento ad un periodo in cui il rallentamento dell'economia, ancora non drammatico, si era tuttavià già profilato.
Tant'è che la crescita del Pil, nel medesimo periodo, si era già dimezzata. Il punto è che lo slogan "lavorare di più per guadagnare di più" era stato concretizzato da un esordiente Presidente Sarkozy in sgravi fiscali agli straordinari, del costo stimato di sei miliardi l'anno.
Il sospetto, a questo punto sin troppo facile (v. Pierre Cachuc e André Zybelberg) è che le aziende francesi siano di fatto state incentivate a dichiarare più straordinari per beneficiare delle detrazioni contributice a loro carico, oltre a "mascherare" da straordinari premi di produzione ed altre erogazioni.
Il quotidiano italiano commentava dicendo che, nella sostanza a spese dello Stato, qualcuno aveva trovato un meccanismo per guadagnare di più senza lavorare di più, suggerendo tra le righe che forse i 6 miliardi avrebbero dovuto essere investiti direttamente in azioni di sostegno nelle aree maggiormente in crisi.
In più, mi chiedo, siamo sicuri di come i benefici degli "pseudostraordinari" si sono ripartiti tra aziende e lavoratori?
Il problema è che, crisi o non crisi, la natura umana è sempre la stessa.
Il numero è potenza (versione Ocse)
L'Ocse ha colpito ancora. E lo ha fatto in maniera non molto elegante.
Come alcuni lettori sapranno, si è fatto un gran "battage" su liste nere, grigie e di colori vari, inerenti i paesi che, per dirla con il consueto understatement, non applicano molta attenzione non solo nel combattere i proventi da evasione fiscale, ma, più in generale, nell'evitare di diventare discariche di fondi dalla dubbia (o, meglio, ben certa) provenienza.
Pecunia non olet, come è noto. Ma a che pro tanti sforzi se poi, per uscire dalla lista grigia, viene fissato un requisito "quantitativo" fregandosene altamente della qualità e della contestualizzazione degli indicatori scelti?
Per uscire dalla lista, infatti, basta stipulare 12 intese bilaterali per lo scambio di informazioni. Dodici, senza curarsi della frazione di pil mondiale o di scambi commerciali e finanziari che i paesi firmatari rappresentano.
Ecco dunque (cfr. "Il Corriere della Sera" del 23.9.2009) che San Marino, fulminato sulla via di Damasco, si mette di buzzo buono a stipulare accordi.
E con chi vengono stipulati tali accordi? Con l'Italia, per caso? Ovviamente no!
In compenso tra gli "accordanti" troviamo Andorra e Monaco (stupendo, quasi poetico: i paradisi si scambiano informazioni tra loro!), Isole Faer Oer e Malta, Lussemburgo e Samoa; col Liechtenstein si sarebbe in via di perfezionamento.
Immaginiamo, in uno col "Corriere", che le priorità siano state dettate dai serrati scambi storicamente registrati tra la Repubblica del Titano - ombra di se stessa, oramai - ed eschimesi e samoani.....
Ancora, ancora....
Come la vecchia canzone di De Crescenzo, ci risiamo.
Ogni anno, sempre lo stesso titolo, sempre la stessa notizia: "Lavoratori dipendenti e pensionati più ricchi, per il fisco, di commercianti e imprenditori".
Quest'anno, per inciso, la notizia (forse sempre lo stesso articolo tenuto in archivio e cambiato quanto basta) si riferisce alle dichiarazioni dei redditi per il 2007, che quindi non sono interessate dalla crisi.
Che dire? Ci rivediamo con lo stesso post tra un anno....
Piccole precisazioni
Tempo fa le banche italiane sono "uscite", credo per il tramite dell'ABI, con talune dichiarazioni il cui senso più o meno era: "è vero che i tassi sono calati quasi a zero, ma noi continuiamo ad applicare sempre le stesse commissioni sui BOT (fino allo 0,3% in funzione della durata) perchè queste sono stabilite da un atto regolamentare (un decreto ministeriale)".
Nel giorno in cui, a quanto pare, il tasso lordo sui BOT a tre mesi è sceso tanto da far risultare una perdita al netto di tasse e commissioni per il malcapitato investitore, sarebbe forse da precisare che il famoso decreto fissa le commissioni MASSIME applicabili, e non certo un valore obbligatorio.
Ecco, sarebbe apprezzabile che, in questa occasione, le banche abbassassero l'esosa (a questo punto) commissione dello 0,10% sui BOT a tre mesi sino a portarla ad un valore che azzeri il rendimento senza farlo scivolare in territorio negativo.
Del resto, "sottoscrivere" un BOT, da tempo smaterializzato, significa produrre una scrittura contabile. E questo servizio già si paga con le commissioni sul "deposito titoli", visto che di "custodia" non se ne può più parlare.
E' forse chiedere troppo?
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